Facio

di Peppe Liberti

Teste dure alcuni Calabresi, orgogliosi, che se li prendi a schiaffi rischi di farti male. Francesco Castellucci di Sant’Agata di Esaro, un paese che l’Appennino Calabrese gli casca addosso, gli schiaffi li aveva stampati in faccia al Podestà e poi la Francia era sembrata l’unico approdo sicuro. Dante, suo figlio, non ci sarebbe voluto più tornare, in Italia, che aveva imparato a suonare il violino, che in Francia potevi persino scrivere poesie e commedie senza che nessuno ti pigliasse per il culo. Ma nel ’39 i Castellucci li prendono e li ributtano oltre le Alpi, cazzi vostri, dicono. E Dante ora è pronto a sparare e spara contro i francesi e poi sul fronte orientale. La Calabria è lontana, sente l’eco dei proiettili, è la pattumiera del regime, terra di confino dove gettare la spazzatura sospetta. Otello Sarzi per il regime è spazzatura, e Dante, tornato in congedo a Sant’Agata, vuole dimenticare i proiettili e ricordare com’era la Francia, suonare un violino, scrivere una poesia, gettarsi nella spazzatura. I proiettili serviranno ancora, ma ora si parte che quella dei Sarzi è una bella compagnia, su per l’Appennino Tosco-Emiliano a recitare e diventare partigiano.
Recitare e sparare è quello che serve quando combatti nemici in divisa e così succede che lo beccano con la banda dei fratelli Cervi, lui, che ora è il braccio destro di Aldo, si finge francese, lo risparmiano, scappa dal carcere. Al Partito Comunista reggiano ci vogliono veder chiaro: che fiducia si può riporre in un partigiano calabrese? Ci si può fidare di un partigiano calabrese, ci si può fidare fino al punto da farne un comandante, il comandante “Facio”.
Teste dure alcuni Calabresi, orgogliosi, che se li prendi a schiaffi rischi di farti male. E Facio, sotto assedio al Lago Santo con pochi uomini male in arnese, prende a schiaffi cento soldati nazifascisti che scappano che i calabresi non li conoscono. Teste dure che ci puoi solo litigare e così succede il 22 luglio 1944 sui monti dello Zerasco, dove Facio, al comando del battaglione Picelli, litiga coi partigiani spezzini. Le storie si confondono, i testimoni pure ma il traditore ha un nome, Antonio Cabrelli, commissario politico del Picelli, accusatore e giudice che s’inventa la scusa, non importa quale, una scusa qualsiasi. La notte che precede l’esecuzione i partigiani che dovranno eseguire la condanna fanno di tutto per convincerlo a scappare. Non scappa Facio: “Sono scappato dai fascisti, non scappo dai compagni!”. Lo fucilano, Facio, gli schiaffi non sono bastati a piegarlo, ci volevano le pallottole.

[Rangle]

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(marco manicardi)
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