Resistenza a motore a Roma (cronicha di uno sbiellamento)

di Camilla Tomassoni “Ilke Bab”

 ATTO UNICO

[Scena semi-vuota: si distinguono solo tre elementi, disposti come i vertici di un ideale triangolo scaleno: ad una estremità del palco due aste con dei microfoni e dietro uno schermo, dalla parte opposta un piccolo gazebo, al centro una sedia. Il gazebo è chiuso da una tendina rossa abbastanza trasparente, che lascia intuire, dietro, le sagome di due suonatori. Sulla sedia, invece, sta seduto un mammifero bipede, umano, se uomo o donna non si è ancora deciso, sicuramente di cuore partigiano. Inizia a parlare]

Non ci volevo andare. No, non ci vado, mi dicevo. Ho da fare la tesi, ammazzare il mio maiale, così mi dico ultimamente, ammazzare il mio maiale, prima di marzo, devo studiare, su, altro che queste distrazioni a motore. Resistenza, va bene.

[Pausa, parte la musica, da dietro il gazebo iniziano a suonare]

Poi dopo, cosa vuoi, come fai, ormai li conosco questi qua, l’ultima volta che abbiamo portato in giro questa Resistenza col motore c’era anche Spinoza, c’erano le Gondole, le uova sode, una scala di legno con scritto PCI. Ah! [Sospira] L’amicizia, l’amicizia, quella cosa che poi ti convince sempre.

[Pausa, sempre musica dal gazebo, il partigiano continua il racconto, sempre rivolto al pubblico]

Ci vado, come fai, ci vado, gli amici, la Resistenza, i libri, ci vado. Controllo i treni e mi viene un colpo, la pagina di Trenitalia è uno spiraglio sul mondo dei beni di lusso, lo sapevate? Sì, Freccebianche Freccerosse Frecceargento, mica trenini. Allora mi ritorna la tentazione di non andarci, di rimettermi sul mio maiale, la mia tesi, e di seguire l’evento a distanza, sui socialcosi. Mi accartoccio nel dubbio.

[Pausa, il cuore partigiano sospira pensieroso. Poi, all’improvviso, una campanella: Diiin Diiin! I musici nel gazebo smettono di suonare e parte “Fatece largo che passamo noi, sti giovanotti de ‘sta Roma bella, semo regazzi fatti cor pennello e le regazze famo ‘nnamorà, e le regazze famo ‘nnamorà”. Durante la strofa della nota canzone romanesca, attraversa la scena una ragazza con un vassoio in mano, lascia una birra media al bipede partigiano e se ne va. Lui la beve e i suonatori riprendono a suonare]

Alla fine ci vado, eccome se ci vado, prendo il treno, alle sei sono a San Lorenzo. Mi guardo in giro e mi sembra di essere ancora a Bologna, entro nel locale, che si chiama Le Mura, e sul palco vedo un contrabbasso. Strano, perché di solito non ci faccio caso ai contrabbassi, invece lì lo vedo subito. Senza che chieda niente, un ragazzo mi dice So’ andati un attimo a fa’ un giro, ma arivano subbito me sa. Ecco, “arivano subbito”, va tutto bene, mi dico, non sono a Bologna. Li aspetto qui.

[Pausa, di nuovo la campanella Diiin Diiin, di nuovo smettono i musici e parte “Ma che ce frega, ma che ce importa, se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua, e noi je dimo, e noi je famo, c’hai messo l’acqua e nun te pagamo, ma però, noi semo quelli, che j’arisponnemo ‘n’coro, è mejo er vino de li Castelli che questa zozza società”. Di nuovo la ragazza col vassoio, lascia un’altra birra e esce di scena. Il bipede partigiano beve, musica dal gazebo]

Quando arrivano ci metto circa otto minuti per salutarli tutti, a occhio e croce quattordici, quindici abbracci, una trentina abbondante di baci. Madò, se sto bene! Iniziamo un po’ in ritardo, un ritardo giustificato: avevamo fame. A volerla raccontare, io mangio in un posto che si chiama Il mattarello d’oro. Dietro al bancone due donne coi capelli ossigenati, credo madre e figlia, sorridenti, floride, altezza media, direi centottanta chili in due. Dico: Mi dà un panino con la porchetta per cortesia. Dice: Noi pe’ la verità ce famo ‘a pizza ca’a porchetta, ‘a pizza bianca. Dico: Sì, sì, va bene la pizza. E mentre stringo la carta oleata sento un rumore come di spugna imbevuta di sapone, è olio invece, l’olio della pizza. Poi al primo morso sento qualcosa di croccante all’interno, è la cotica, la cotica della porchetta. San Lorenzo come Ariccia, grassi insaturi contro grassi saturi, e tra i due litiganti, come sempre, un terzo che gode: io. Ritorno al locale pensando Vedrai, con questo fondo, stasera non mi ubriaco. [Ride]

[Diiin Diiin, solita campanella, solita ragazza con il vassoio e la birra. Mentre attraversa la scena si sente “Ce piacciono li polli, l’abbacchi e le galline, perché so’ senza spine e nun so’ come er baccalà. La società de li magnaccioni, la società de la gioventù, a noi ce piace de magnà e beve e nun ce piace de lavorà”. Il partigiano beve, musica dal gazebo]

Ma li sentite questi che suonano, la sentite la musica, il contrabbasso, il chitarrino? Ecco, così era. All’inizio c’è sempre il regista, un ingegnere elevato alla potenza dell’umanesimo, che introduce la faccenda. È uno pignolo, però di una pignoleria sorridente, bonaria. Comunque pignolo è pignolo, sembra che l’altra sera abbia redarguito più di un lettore: Devi leggere, oh, bevi dopo, dai su, bevi dopo. Però poi le cose, quando tiene le briglie lui, vengono bene, garantito. Applausi quindi, e si comincia.

[All’improvviso si sente il suono di una chitarra distorta e entra da un lato una figura cristica, a testa bassa. Ha vestiti luminescenti, attraversa la scena, si ferma a metà del palco, alza la testa, guarda il pubblico, allarga le braccia in alto tipo YMCA e grida: ROGHENROAAAAA! Poi se ne va. Il bipede partigiano alza le spalle come a dire: E questo? Lo stesso sembrano fare i musicisti da dietro il gazebo. Poi suona l’ormai consueta campanella, Diiin Diiin, ragazza con vassoio e birra, sotto si sente “Osteee! Portace n’artro litro, che noi se lo bevemo, e poi j’arisponnemo, embè, embè, che c’è? E quando er vino, embè, c’ariva ar gozzo, embè, ar gargarozzo, embè, ce fa n’ficozzo, embè. Pe’ falla corta, pe’ falla breve, mio caro oste portace da beve, da beve, da beve, zan zan”. Il partigiano beve, riparte la musica dei musici]

Ahahahah, Roghenroa. Forte ‘sto Roghenroa! Ahahah. [Il bipede umano e partigiano inizia a essere alticcio, poi torna serio] E insomma, i pezzi che si leggono sono belli da quando sono stati scritti, ma le letture, quelle, li migliorano anche, giuro! Certe voci ormai uno le conosce, che ti vien voglia di salutarle quando le senti, ne conosci l’effetto, la carezza o il graffio, lo aspetti, hai la risata pronta in una tasca, nell’altra la commozione. [Occhio di bue sulle aste coi microfoni e sullo schermo dietro] Quando legge il regista, per esempio, e la sua signora, pure, a te che ascolti ti sembra che dal soffitto inizino a piovere dei tortellini, e dello gnocco, e delle tigelle. [Sullo schermo dietro ai microfoni compare un’opera che potremmo definire“pioggia di tortellini su sfondo bianco”] Poi l’altra sera c’era uno che non avevo mai sentito, che un po’ assomiglia a questo del Roghenroa, per darvi un’idea, ecco lui, con il suo accento, lì la pioggia era di fette di ciauscolo. [Sullo schermo compare un’opera che potremmo definire “pioggia di fette di ciuscolo su sfondo azzurro”] E l’altra pure, la scrittrice, te senti la sua voce leggere e non vedi più né la gente intorno, né il palco, niente, te vedi solo quello che legge lei, e mentre lo vedi è come se qualcuno ti desse anche dei bacini, tanto è dolce quel timbro. [Sullo schermo Robert Doisneu, Le Baiser de l’Hôtel de Ville] Ma poi tutti, ogni volta ne vengono di nuovi che te li ascolti e anche loro, vedrai, non te li scorderai più. Poi adesso non voglio fare troppo melodramma, dico non te li scorderai più, e per forza! Siam tutti lì sui socialcosi, dopo, laic non laic, una volta che ci troviamo, dopo come si fa a perdersi? Comunque, oh, ma la campanella non suona più?

[Diiin Diiin, campanella. Silenzio dei musici. Entra la ragazza con la birra e riparte la nota canzone romanesca “Ma si per caso la socera more, se famo du spaghetti amatriciana, se famo un par de litri a mille gradi, s’ambriacamo e n’ce pensamo più, s’ambriacamo e n’ce pensamo più”. La ragazza in realtà ha qualcosa di strano, si muove in maniera diversa, cammina più goffa, sembra diversa anche nell’aspetto, porge la birra al partigiano e poi, invece di andarsene, si gira verso il pubblico, si toglie la parrucca, allarga le braccia in alto tipo YMCA e grida di nuovo: ROGHENROAAAAA! È quello di prima, solo travestito. Il nostro protagonista partigiano beve ancora, poi ride, ripete forte Roghenroa, lo ripete due o tre volte, è ubriaco. I musici, si intravede, alzano le spalle come a dire Chissà!. Poi riprendono a suonare]

Roghenroa! Roghenroa! Roghenroa! Ahahahah. E insomma, amici miei, finite le letture, finite anche le letture dal libro della scrittrice, quella con la voce che quando legge vedi le cose che legge, l’ho già detto? Ahahahah, Roghenroa! [Gesticola, si alza in piedi, ride e barcolla vistosamente] Insomma, finito di leggere parte sul serio ‘sto famoso Roghenroaaaaa! Giuro, non lo dico perché adesso, sì, magari sono un po’ ‘mbriachello, ahahahah, Roghenroaaaa! Ma dico sul serio. Perché i lettori [salgono sul palco i lettori], gli scrittori [salgono sul palco gli scrittori], i disegnatori [salgono sul palco Tostoini e gli altri], i musici [i musici escono dal gazebo e guadagnano anche loro il centro del palco], i baristi [salgono i baristi], i bevitori [boato], i giocatori di biliardino [boato, qualcuno urla: Multiball! Multiball!], insomma, oh, eccoci qua, tutti, tutti, giuro, ahahahah, siamo tutti Roghenroaaaa! [parte “Che ciarifrega, che ciarimporta, se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua, e noi je dimo, e noi je famo, c’hai messo l’acqua, e nun te pagamo, ma però, noi semo quelli, che j’arisponnemo n’coro, è mejo er vino de li Castelli che questa zozza società. È mejo er vino de li Castelli che questa zozza società, parapappappa’”. Breve silenzio sul palco affollato. Poi entra, con incedere stavolta solenne, la figura cristica, sulle note dei Clash, solita posa rivolta al pubblico.]

[Danze, canti, bandiere rosse, birre rosse, centoventotto rosse, reggiseni che volano, brindisi, negroni, allegria, abbracci, complimenti per i racconti con i nonni che mangiano le uova, limonate, contrabbassisti che cadono, complimenti per le voci, Caparezza, dei fratelli con tacco 12 in pista, spogliarelli, fame chimica, complimenti per le esecuzioni strabilianti di La guerra di Piero, giarrettiere, discorsi su Pigneto, su Gramsci, sui maritozzari, sui Radiohead… poi, di botto, il partigiano urla qualcosa, con uno sfumato la musica finisce, tutti si fermano e guardano lo guardano che prende la parola]

Ecco, grazie, volevo dire solo un’ultima cosa, che ho pensato quando poi tornavo a casa, da Roma. Volevo dire che secondo me, oggi, il neorealismo avrebbe i nasi rossi.

[Tutte le luci di scena si spengono e sullo sfondo si illumina una foto, gigante, una foto tipo questa, ma con ancora più gente. Approvazione dal palco, risate, applausi]

FINE
(per quest’anno)

[Barabba]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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2 risposte a Resistenza a motore a Roma (cronicha di uno sbiellamento)

  1. benty ha detto:

    salve. sono cristico. non cristicchi, cristico. volevo dire che questo racconto è bellissimo. e volevo dire ROGH.EN.ROA.

  2. biccio ha detto:

    we want more ROGHENROA!

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