L’abbiamo fatto un po’ di volte

di Elena Marinelli “l’elena”

il contrabbasso di bicio

«Ma sì. Ora ricordo di aver continuato a fare il barbiere»
«Bé, direi che il barbiere non fa per te

Venezia Mestre. Ore 15 circa. È il 27 novembre e c’è il sole.

Incontro Don Chisciotte e Sancio Panza all’albergo Mundial, accanto alla stazione ferroviaria. Starò con loro tutto il pomeriggio, la serata spero di no, non ho voglia di sentir leggere per più di un’ora. Mi dicono che l’intervista la faremo in cammino, errando, come l’hidalgo e il suo scudiero.

Mangiamo alla svelta al bar della stazione, è tardi, di pomeriggio e l’hidalgo è uno che ha premura d’arrivare sempre in tempo, quasi sempre troppo presto, e così, assieme a Dulcinea e Sancio, tento di capire com’è che organizzano il tutto, ogni volta. Fremere di scalette? Occhi preoccupati? Non mi pare. Forse mentono bene, forse è ancora troppo presto. Prendiamo il caffè e parlano di tutto, eccetto che della Resistenza a motore, che è poi il nome di questo reading combinato. Parlano anche già di Roma e della Fiera della piccola e media editoria che si tiene lì la prossima settimana. E di Torino, c’è questo posto, forse si potrebbe andare; parlano di tutto, eccetto la Resistenza a motore. Forse mi stanno prendendo in giro.

A un certo punto, abbiamo finito il pranzo, tento un affondo.

Come vi è venuto in mente di girare insieme?

D.C.: Ma, così, ci veniva comodo. Stessi lettori, stessi musicisti. Poi andiamo in gita, tutte le volte.

Ma non è una cosa seria, detta così.

S.P.: Serissima, stasera c’è anche Spinoza, te l’avevamo detto?

D.C.: Dai, Sancio, queste battute facili! Un po’ di arguzia nelle tue parole, per favore.

S.P.: Ah, certo, perché dire che andiamo in gita, invece.

D.C.: No, è vero, questa cosa della gita non lo scrivere. E nemmeno della serietà di Spinoza, tanto lo sanno tutti.

Va bene, ma ditemi qualcosa della Resistenza a motore allora. Come funziona?

S.P.: No, prima il caffè. Senza caffè io non vado da nessuna parte.

D.C.: Facciamo un giro a Venezia prima di andare al circolo, tanto c’è il sole e sembra che non ci sia l’acqua alta.

Arriviamo a Venezia sapendo più o meno dove andare, sono le 16.40 circa, io vorrei fare le mie domande, ma non capisco bene che intenzioni hanno questi tre.

Dulcinea, per la verità, parla meno e guarda in giro e sembra quasi che si fidi. Io meno, molto meno.

È che li guardo e mi domando da dove siano venuti, zaino in spalla, borsa coi libri, credito a questi due qui, boh, io mica gliel’avrei dato, camminate e occhi grandi. Ecco, c’è questo: sono due con gli occhi grandi, sarà questo forse, ma poi sono diversissimi, non riesco a cogliere il filo fra questi due.

Lo scudiero, per dire, guardalo lì, testa bassa e cappello a righe di lana. Dove la vede ‘sta risata. Ripongo taccuino e penna nella tasca, non caverò nulla da niente, sono due scellerati, sembra lo facciano apposta, non parlano di nulla e ci stiamo perdendo, quella calle, posso giurarci, l’abbiamo fatta mezz’ora fa. Tirano fuori Google Maps.

Dulcinea dice che “senza quegli aggeggi lì quei due non vanno mica da nessuna parte”.

Dulcinea si fida. E io un po’ mi fido di lei. Dopo esserci persi e allungato il percorso sbuchiamo in una piazzetta circolare. San Polo è questa, non c’è dubbio, ci sono solo portoni e laguna, è già buio e ci guardiamo un minuto. Tutti e quattro.

L’hidalgo fa il suo, non mette in dubbio i suoi mezzi, Google Maps ha detto questo, il posto è questo. Si avvicina a un portone spinge e si apre.

Dentro c’è il Circolo MetriCubi, una porticina bianca e due stanze: una con un palco e dei microfoni e delle sedie già sistemate, l’altra con il bar e i volantini. Nel mezzo, indaffarato e accogliente, Paolo, dell’Associazione Luoghi Comuni. Finalmente qualcuno con cui parlare seriamente, altro che questi due vagabondi.

Con Paolo cominciamo con il vino, con le magliette, con le presentazioni, con le chiacchiere. Mancano due ore e non si fanno prove, non si fanno scalette, non si pensa a nulla.

Si beve, però, ed è già un passo avanti, penso. Che sòla mi ha rifilato il giornale stavolta, penso ancora.

Il momento in cui non ci ho capito più niente è stato quando sono arrivati tutti. E lì mi sono rassegnato a rimanere tutta la sera. La frase più usata è stata: No, dai, dopo, ora non è il momento. Per le mie domande, perché invece questa gente, oltre a ridere, s’abbraccia. E beve. E si racconta le cose. Pure a cena – essì perché dopo ci sono dovuto andare per forza a cena con loro, non avevo nulla da scrivere sul giornale, mi è toccata la pizza – parlano un sacco e si raccontano le cose e sono tutti progetti su progetti su progetti. Belli, eh, però dai: sono insopportabili a vederli tutti così che ogni volta poi quando si salutano, anche: mille volte, mille ci vediamo presto, la battutina teniamoci in contatto, eh. Non sbadigliano nemmeno. Non palesemente almeno, sul divano, un paio ne ho visti arrendersi alla pennica, ma in generale no.

Per fortuna i musicisti si accordano a un certo punto, cercano le intese, si mettono da parte e rinverdiscono un’alleanza, credo. Giustamente, anche, Don Chisciotte e Sancio non danno mica soddisfazione. Birra e spriz: quello che fanno è bere birra e spriz e gli altri due, invece, ligi a far le prove. Vado da loro e ritiro fuori il taccuino. Il contrabbassista, lo chiamano Bicio, mi sorride, lui sì che mi sorride, l’altro che sta suonando il clarinetto, si chiama Simone, mi guarda e suona, io tento di dir loro che ho due domande, che sono un po’ stanco e non vorrei rimanere fino alla fine, che mi hanno fatto andare in giro per calli e bar della stazione di Venezia Mestre, che ci siamo fermati in una tabaccheria e non sono stati capaci nemmeno di impostare correttamente Google Maps, che ci siamo persi e perdersi a Venezia è terribile, con la laguna e il freddo e l’umido e non avevo nemmeno la sciarpa, l’ho lasciata sul treno.

Si fermano e mi guardano.

Funziona così, dice quello alto: tra un po’ entriamo dentro e andiamo a sentire la presentazione di Spinoza con lo Zio Bonino, poi facciamo una pausa, poi facciamo le scalette, poi un paglia, poi l’hidalgo impugna la matita e si comincia. Poi ci guardiamo negli occhi e sappiamo che fare. L’abbiamo fatto un po’ di volte. I lettori cambiano, non possiamo prevedere tutto, dobbiamo improvvisare. Di solito quando piove ci viene meglio, ci piace dire, cioè a me piace dire che la pioggia sembra il rumore degli applausi ma a Venezia è diverso. Questo non scriverlo che è abbastanza una boiata.

Tutto qui, chiedo.

E ormai è tardi, sono quasi le sette di sera, c’è un tizio pelato sul palco che fa ridere.

Rimango.

[novelz]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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