La beffa

di Mitia Chiarin “Fatacarabina”

Io stringevo la mano a Mario, seduti in terza fila. Lui mi guardava come se fossi stata la coppa conquistata al torneo di tennis. Io gli sorridevo e vedevo come sarebbe stata la mia vita al suo fianco. Per me era come vedere una valigia piena di soldi, che camminava con l’aria sbruffona di chi sa farcela. Sempre.
Ero giovane, allora, ed ero stufa, a vent’anni, di vivere con le pezze al culo. Mia madre mi diceva sempre di pensare al domani e non all’oggi, che era pieno di dolore e paura e schifo.
“Con gli occhi azzurri che hai, devi pensar al domani”, mi diceva.
E io quando ho visto Mario dal panettiere superare la fila senza un minimo di timore,
con il petto all’infuori e il passo copiato dai gerarchi, mi son detta: “Eccolo, il futuro”. Grosso, come una valigia piena di soldi. Gli ho sorriso quel giorno mentre se ne usciva dal fornaio con il filone sotto il braccio.
Lui è passato oltre, poi ha fatto un passo indietro.
“Ti piace il pane?”, mi ha detto.
E io ho annuito.
“Ti piace duro?” E io ho abbassato gli occhi.
Poi quando mi ha riaccompagnato a casa ed ha deviato strada all’improvviso, sbagliando calle, a caso pensavo, io, ho capito cosa intendeva con quella domanda. Dopo tre giorni, mi sentivo una regina, un pochino sporca, quando tornavo a casa la sera, ma sempre una regina.
Poi mi ha detto: “Ti porto a teatro”. E io ho cominciato a saltellare che al Goldoni non c’ero stata mai, perché a casa mia non avevano soldi per andar a vedere le commedie. Al massimo si stava fuori a curiosare per vedere chi entrava e come erano vestite le signore.

Quella mattina corsi a casa, raccontai tutto a mia madre e le andò dalla sua amica fruttivendola, la Rina. E tornò col suo vestito da sposa. Quello che si era fatta fare e che mai aveva usato perché era rimasta incinta e il Gino poi era sparito a due giorni dalle nozze. Era bianco, liscio, con un fiocco sul collo e un altro in vita. Mi arrivava sotto al ginocchio.
Perfetto.
Lo buttarono dentro una mastella con delle polveri e uscì una specie di color cipria.
Dovevo esser perfetta, dicevano la Rina e mia madre, tutte prese dai preparativi.
E così quella sera sono andata, vestita da sposina color cipria, al Goldoni al braccio del Mario, uno che tutti temevano perché tramacciava al mercato nero e faceva il saluto romano. Era un buon partito, il migliore in tempo di guerra, disse mia madre. “Sorridi e non dire nulla”, mi consigliò. Mio padre mentre uscivo di casa tirò una bestemmia e aprì il fiasco del vino.

Arrivati davanti al Goldoni, tirai un sospiro di sollievo e entrai sperando di non inciampare per l’emozione. Elena Zareschi, 27 anni, sette più di me, recitava nel “Vestire gli ignudi” di Pirandello. Mai sentito nominare ma Mario disse che era uno famoso. Avevo occhi solo per lei, per la Elena. Bellissima.
E la storia di Ersilia, la protagonista, mi commosse al punto che Mario dovette passarmi un fazzoletto. Ersilia accettò le lusinghe del padrone di casa e mentre faceva l’amore con lui, sperando in una vita non da serva ma da signora, la bimba che doveva accudire precipitò da una terrazza morendo. E allora per salvarsi dai rimorsi e dal disonore la Ersilia raccontò una storia falsa, si inventò un amore rovinato dal fidanzato fuggito, proprio come la Rina. E io mi sentivo nuda come lei.
All’improvviso, però, la Zareschi, sul palco, si zittì e indietreggiò all’arrivo di un gruppo di uomini armati. In platea, piena di gerarchi nazisti e fascisti amici di Mario, il brusio si alzò.
Tutti pensarono ad una trovata del regista, e io strinsi forte il braccio di Mario aspettando la sorpresa, con gli occhi da bambina.
Poi gli uomini sul palco diventarono sette e spuntarono le pistole e arrivò lui. Serio, lo sguardo fiero che sfidava la platea.
Lo riconobbi, lo avevo visto in piazza San Marco parlare con un gruppo di uomini e ragazzi di libertà. Io mi fermai quella volta ad ascoltare. E lui mi sorrise, con gli occhi. Una cosa che Mario mica sapeva fare. Sorridere con gli occhi.
Poi parlò.
«Veneziani, l’ultimo quarto d’ora per Hitler e i traditori fascisti sta per scoccare. Lottate con noi per la causa della Liberazione nazionale e per lo schiacciamento definitivo del nazifascismo. La Liberazione è vicina! Stringetevi intorno al Comitato di Liberazione Nazionale e alle bandiere degli eroici partigiani che combattono per la libertà d’Italia dal giogo nazifascista. Noi lottiamo per poter garantire, attraverso la democrazia progressiva e l’unità di tutti i partiti antifascisti, l’avvenire e la ricostruzione della nostra Patria. A morte il fascismo! Libertà ai popoli! Viva il Fronte della Gioventù!».
Poi lanciarono dei manifestini in aria e fuggirono tutti via, dopo che il Moro, in scena, abbozzò un inchino chiedendo scusa a bassa voce e gli attori abbassarono gli occhi, come per dire “Abbiamo capito”.
I gerarchi e i fascisti, allibiti ,cercarono di reagire in qualche modo.
C’era chi agitava il pugno in aria urlando “Bastardi”, chi alzava il braccio al cielo per il saluto romano e promettendo vendetta. Le porte della sala erano sprangate e se qualcuno avesse sparato sarebbe stata una mattanza, lo so. Io c’ero. Impietrita dallo stupore guardai quei ragazzi scappare e presi al volo uno dei volantini lanciati.
Lessi quella parola, libertà, ripetuta più volte, e pensai a lui, al ragazzo con gli occhi che ridono. Mario mi strappò di mano quel volantino e mi urlò che ero una puttana.
Non avevo mai visto un partigiano prima di quella sera.
Non vidi mai più il Mario dopo quella sera. Scelsi la libertà, la mia.
Mio padre smise di bere.

***
Questo racconto è liberamente ispirato dalla “beffa” del teatro Goldoni. Fu realizzata la sera del 12 marzo 1945 a Venezia da un piccolo gruppo di partigiani della Brigata “Biancotto”: durante la recita di “Vestire gli ignudi” di Pirandello. Essi irruppero nel Teatro, tenendo sotto il tiro delle pistole soldati tedeschi e fascisti; dal palcoscenico Cesco Chinello pronunciò un appello alla resistenza e alla lotta, annunciando la vicina liberazione; prima di allontanarsi indisturbati, i partigiani lanciarono pacchi di manifestini. La notizia della “beffa” fu divulgata in tutta Europa dalle radio dei Paesi liberi.

[Le storie di Mitia]

(questo pezzo di Mitia doveva finire nell’ebook, ma, non si sa come, l’abbiamo perso per strada. La signora Mitia è molto comprensiva e ci ha perdonati. Di più: viene a leggerlo a Venezia, domani)

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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