Gerani e moschetti. Ovvero i fascisti e i vasi della bisnonna Carolina.

di Mariangela Vaglio “Galatea”

La bisnonna Carolina era un bamboletta. Piccina piccina, un bijoux. Aveva un visino piccolissimo, su un collo piccolissimo, ed un corpo piccino anche lui, ma proporzionato che era una meraviglia. Era considerata una delle donne più belle di Venezia, la bisnonna Carolina, perché a quei tempi non esisteva l’idea di “top model” e quelle alte le chiamavano solo stangone. Quindi la bisnonna Carolina, che era piccina picciò, tutti la vedevano piccola sì, ma bellissima.

Era innamoratissima del suo Cesare, che faceva il fornaio, ed invece era alto alto, muscoloso, ed era famoso perché da giovane, prima di sposare Carolina, aveva fatto anche il pugile. Ci si ricordava del suo pugno, il pugno proibito lo chiamavano, perché poteva stendere chiunque con un colpo solo; così proibito che infatti non lo aveva usato più, Cesare, e nemmeno aveva più fatto il pugile, perché era un buono. L’unica volta che aveva usato di nuovo il pugno fuori dal ring era stato per mandare a terra un tizio, che si era permesso di guardare un po’ troppo la bisnonna Carolina. Veramente dicono che non lo avesse mandato proprio a terra, ma direttamente in canale, con un uppercut che Carnera, in confronto, pareva uno che distribuiva carezze. Al che la bisnonna Carolina, che era piccina piccina ma tosta, lo aveva sgridato di brutto, con il ditino alzato e lo sguardo furente, battendo il piedino sul selciato, come una vipera. E il bisnonno Cesare aveva giurato alla bisnonna Carolina che non avrebbe usato il pugno proibito più, perché lui poteva avere pure il pugno proibito, ma il ditino della bisnonna Carolina era molto peggio.

Il bisnonno Cesare e la bisnonna Carolina avevano avuto otto figli: le figlie tutte piccine e belle come la mamma, e i maschi tutti grandi e grossi come il papà. Piccine e grandi e grossi, però, concordavano su una cosa, e cioè che Mussolini non lo reggevano proprio. Anche il bisnonno Cesare e la bisnonna Carolina su questo erano d’accordo. Purtroppo erano anni in cui dirlo e farlo sapere in giro non era molto salutare, e la bisnonna Carolina, ogni volta che i figli uscivano, la sera, per andare a qualche riunione segreta antifascista, proprio contenta non era, perché a lei piaceva che i figli fossero contro il Duce e volessero la libertà per tutti, ma poi, da mamma, quasi quasi avrebbe preferito che fossero come quelli delle altre, che non pensavano alla libertà di tutti, ma solo agli affaracci propri.

Così, per non restare con le mani in mano ad arrovellarsi, la bisnonna Carolina, nell’attesa, curava molto la casa, e soprattutto il suo balcone, che era tutto fiorito di gerani. Una sera il figlio minore era andato ad una delle solite riunioni segrete. La bisnonna Carolina, che come tutte le mamme il sesto senso per i guai ce l’aveva di serie come ora le macchine hanno il navigatore satellitare, sentiva una cosa alla bocca dello stomaco che voleva dire guai in vista, e così, anche se non era tardi, si affacciò al balcone. Vide allora un’ombra, che correva veloce veloce, rasente il muro, e sgusciava di fretta dentro l’uscio di casa. Senza neanche guardarla, la bisnonna Carolina seppe che era il figlio minore che tornava a casa, e capì anche che, se sgusciava così, c’era qualcosa che non tornava. Infatti, dopo pochi secondi, la bisnonna Carolina vide entrare nella calle un’altra serie di ombre, tutte nere, non perché era buio, ma perché erano un manipolo di Fascisti.

La bisnonna Carolina calcolò rapidamente che il figlio, entrato in casa, stava probabilmente già uscendone dal retro, attraverso i coppi, come era solito fare da piccolo quando aveva combinato qualche marachella; ma sapeva anche che, per scappare dai coppi, gli servivano alcuni minuti.

Cos’, piccina piccina com’era, si sporse dal balcone con le mani ai fianchi, come se fosse il Duce, e gridò ai fascisti di sotto: “Vialtri, fermi tuti! Cossa zerché qua?

I Fascisti per un attimo si fermarono al centro del campiello, perché i Fascisti, quando vedono uno con le braccia ai fianchi che urla da un balcone hanno un riflesso condizionato: si fermano e obbediscono.

Ma poi il Gerarca in capo, rendendosi conto che quello che gridava dal balcone non era il Duce, ma solo la bisnonna Carolina, replicò: “Semo qua par ciapar tò fio! E ti no state méter in mezo, che nialtri gh’avemo i fuzili!

La bisnonna Carolina li guardò, con tutto che arrivava solo alla ringhera, e, indicando i gerani appesi, rispose: “E mi g’ho i vasi. Volemo vedar chi che xé più svelto?

I Fascisti guardarono i moschetti che si ritrovavano nelle mani, i quali, ben che vada, li avevano usato solo un paio di volte, alle esercitazioni, e i vasi della bisnonna, che invece erano tanti, e pronti ad essere buttati giù con precisione sulle loro teste non solo dalla bisnonna, ma anche dalle manine piccoline delle sue figlie, apparse sul balcone a darle appoggio.

Il Gerarca brontolò qualcosa, che poteva essere un: “Par stavolta la te xé andada ben!”, ed ordinò la ritirata, mentre il figlio della bisnonna scappava per i coppi, a raggiungere i compagni che poi lo aiutarono ad andare all’estero, fino alla fine della guerra.

La bisnonna Carolina rientrò in casa. I gerani restarono sul balcone fino alla Liberazione, e anche oltre.
Però, a casa mia, anche se nessuna delle discendenti ha il pollice verde della bisnonna, un paio di piantine in vaso, sul balcone, in memoria della bisnonna le teniamo sempre.

Hai visto mai che tornino i Fascisti e pensino di poter portar via qualcuno.

[Il nuovo mondo di Galatea]
(questo è un pezzo iperinedito di Galatea. E lei viene a leggerlo in pubblico sabato a Venezia)

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(marco manicardi)
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