Amore e guerra

di Federico Pucci “Cratete”

Appena vedi Perugia ti sembra di essere tornato a Bergamo: la stazione, la rocca, il freddo. Invece, no: nulla qui ti è familiare, neppure quella storia sui telegiornali gli somiglia, e i ragazzi italiani e stranieri girano bardati di cappucci e cappotti. Proprio come a Bergamo? No, più tipo Pergamo.

Resistere a Perugia è un bel dire. Se hai della strada da fare, che tu sia in macchina o a piedi, c’è bisogno di caviglie agili e resistenti e di tutta la pazienza di Ulisse. Parcheggiando sopra l’intera Umbria, oltre i bastioni, dopo una piazza quadrata e una giostra, senza alcun preavviso, la strada piomba giù e si biforca in curve che somigliano a gomiti ipertrofici.
Con una macchinina rossa corri intorno alla rocca come Achille. Oppure scendi alla stazione, dove nessuna pro loco ti informa dell’obbligo di schinieri per caviglie e ginocchia, e puoi prendere la metropolitana e salire verso stazioni con nomi paurosi di divinità ctonie, tipo Cupa (uh).

Sì, a Perugia c’è la metropolitana, e ci sono anche le strade che piombano senza preavviso, le persone mai viste prima che fan presto a diventare amici, come in trincea: Perugia è il paradigma stesso dell’inaspettato, e avresti anche una parola greca per questo, ma poi dicono che annoi. Tipo i Mogwai, che sarebbero la colonna sonora perfetta di uno Zeus che ha deciso di piovere tutto in una volta, mentre non c’è tempo di distrarsi in cavalcate perché sei in ritardo e le persone mai viste hanno fretta di diventare amici, quelle già viste hanno fretta di abbracciarti, come fossi tornato dalla guerra nel millenovecentodieci. La fretta di bere non sussiste, perché entri in medias res, a bottiglie stappate, e non ci sono camerini, non c’è ritualità. C’è solo bisogno di accordare un contrabbasso e un ukulele, cioè affilare le armi, indossare la corazza e darsi il turno per leggere.

Questo posto dove ti trovi adesso – nella realtà si chiama Combo – è un microcosmo alternativo al mondo fuori: molta luce, aria asciutta, familiarità, sembra la tregua di Ares dentro una tenda da campo, una skenè, e la regola dice che chi sale sulla scena deve recitare una parte. Ora sai come muoverti, sai che devi aspettare il cenno dell’ingegnere perché arrivi il tuo turno al microfono. Il microfono troppo basso, però, non garantisce un adeguato pungolo per l’attenzione dell’assemblea dei guerrieri e delle Amazzoni: bisogna urlare e stare zitti a turno, con ordine, i vostri volumi non fermeranno la nostra voglia di leggere, così come le case editrici non fermeranno la voglia di scrivere e le mamme divine non impediranno ai figli di morire, e allora nelle tue mani non hai solo un mucchio di plastica e circuiti, ma lo scettro di Agamennone, e di fronte gli Achei pronti alla battaglia, contro il nemico fascista, il figlio di Troia che non ti lascia dormire tranquillo nell’accampamento.

Ma adesso non si tratta neanche più di te, ora si parla del nonno militare in Grecia, della nonna sfollata e rifugiata: gli Achei tacciono per ascoltare, sfogliano per consultare, scattano fotografie, battono le mani a tempo. Qualcuno piange, ma sarà sempre troppo eroico per ammetterlo e non fai in tempo a tirare su col naso per la guerra che subito tocca all’amore, quasi come nel titolo di quel film di un regista americano con gli occhiali, buffo, adesso non mi ricordo il nome. (L’)Elena si alza dalla sedia con lo scettro in mano, che ora pare solo un microfono, ma di quelli buoni per cantare. Sotto scorrono le canzoncine come il fiume Scamandro in agguato, quando fa apposta a non farsi sentire, e le follie di Osvaldo, quella storia di un passaggio a livello, le memorie degli anziani, le invenzioni dei poeti ti guardano in faccia e si raccontano con voci prese a prestito, con personalità prese a noleggio dall’immaginazione della Musa, e quasi il fiato non basta per arrivare al congedo.

E tutto questo funziona così bene che puoi solo accendere il computer per controllare quando si rifà, dove rivedrai gli amici, se ne conoscerai di nuovi, come spegnerai la tua sete. Puoi solo provare a copiare Omero per raccontare una storia più grande di te, che non si è ancora esaurita.

[Cratete.com]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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