La Rossa e il Sabato Fascista. Ovvero, quanto mi manca la mia prozia oggi che bisognerebbe rispondere alla Gelmini

di Mariangela Vaglio “Galatea”

Ad Adamo Lanna e Many

Io, per esempio, avevo una zia. Anzi, per essere precisi, una prozia, che si chiamava Rita. Anzi, per essere precisi precisi, Margherita. Ma a lei Margherita sembrava troppo lungo e troppo pomposo, e quindi aveva deciso che la dovevano chiamare Rita e basta. Era così, la zia Rita, una che quando decideva una cosa era meglio se ti adeguavi te.

La zia Rita non la chiamavano solo Rita. A dire il vero la chiamavano “la Rossa”. Non per un motivo politico, almeno non solo: è che le donne della famiglia mia, tranne me che sembro calimero, erano tutte così: rosse, testarde e bellissime.

La zia Rita l’avevano fatta studiare da maestra, in collegio, perché uno zio ricco s’era incaponito di pagare gli studi alle nipoti, e quindi toccava. A dire il vero, lei avrebbe preferito fare l’ostessa. Aveva un genio sregolato per la cucina, una naturale diffidenza verso chi beveva acqua, una sana inclinazione a fumare qualsiasi cosa contenesse tabacco ed una naturale predisposizione per tutti i giochi di carte, dalla briscola al poker. Invece la misero dalle suore e, dopo essere riuscita a farsi cacciare da due o tre collegi per il suo carattere insofferente alle costrizioni, riuscirono a farle prendere il diploma, ed andò ad insegnare.

Alla Rossa insegnare piaceva anche, perché per i bambini aveva una certa simpatia. Che non era istinto materno, sia ben chiaro: con i bambini ci andava d’accordo perché erano un po’ come lei, liberi ed incapaci di sopportare le Autorità. Nelle scuole rurali dove l’avevano mandata, quelle che si raggiungevano pedalando per chilometri, in mezzo al ghiaccio e alla neve, perché sperse in paesini della campagna veneta così profonda che persino il Padreterno, quando gli chiedono dove siano mai, deve fare per un attimo mente locale, alla Rossa davano le classi maschili, perché, al contrario della altre maestrine di città, non si spaventava di nulla, e scandalizzava ancor meno. Perché la Rossa non l’ammazzava nessuno, e dopo averti fatto lezione di grammatica e di aritmetica era pronta a farti correre a perdifiato per i campi, giocare a calcio, imparar la voga, prenderti a calci in culo se baravi e bersi poi un bicchiere di vino prima di riprendere la bicicletta e tornare in città. I suoi alunni la adoravano, quella maestra tremenda e dolcissima, che sapeva tante cose ma quando s’arrabbiava tirava saracche fuori dalla grazia di Dio come i loro genitori nelle stalle.

La Rossa, m’ero dimenticata di dirlo, era diventata maestra negli anni di Mussolini. Come tutte le maestre, era inquadrata d’ufficio nei gradi delle milizie fasciste, con tanto di divisa. Ma la sua, diversamente da quelle delle colleghe, ecco, aveva sempre qualcosa fuori posto, perché si perdeva le mostrine, o dimenticava la cravatta: alla Rossa le divise non piacevano, e dimenticarsene gli ammennicoli in giro era il suo modo, non so quanto inconscio, di far sapere quanto le odiasse. Ma lo stipendio, ahimè, serviva, perché la generosità dello zio ricco era finita col diploma; e quindi la Rossa, per lavorare, la divisa dovette mettersela addosso e parare giù tutti i riti che il Fascismo s’inventava di giorno in giorno.

Tutti? Be’, insomma, tutti no. Perché quando un sabato le ordinarono di portare i ragazzini a far le manovre e gli esercizi militari dei balilla in un campo che era solo una pozzanghera di fango e con roba che veniva giù ghiacciata da un cielo più nero d’un labaro della Decima Mas, la Rossa guardò i suoi piccini, emaciati per la fame a casa, con le ginocchia blu dal freddo dell’inverno e le mani coperte dai geloni, e, fissando dritto negli occhi il Gerarca che le aveva dato l’ordine, rispose: “No, mi i fioi no li porto a ciapar ‘na polmonite par Mussolini! E po’ ‘sto sabo fasista el xé na gran scrovada!”

Così glielo disse: a brutto muso, tutto d’un fiato, e pure in dialetto.

La deferirono a Roma. Rischiò il confino, la Rossa, da cui la salvò solo l’intervento della sorella maggiore, anche lei fatta studiare maestra dallo zio ricco, ma, di tutt’altra pasta, diventata subito moglie di gerarca fascista e avanguardista della prima ora. Le tolsero per un anno lo stipendio, la spedirono in un posto così in culo al mondo che era sconosciuto persino ai Partigiani, e da cui però la Rossa tornava ogni settimana, in bicicletta, a Venezia, carica di salami e galline e formaggi, perché in città non si trovava da mangiare ma lei per i suoi riusciva a trovarlo sempre e a portarlo fin là.

Non si pentì mai di quella risposta, perché se anche amava tutti gli sport, e li praticava tutti, a lei quel sabato passato a dividere i ragazzini in manipoli come tanti piccoli soldati faceva nascere dentro una rabbia che non vi dico, una di quelle rabbie che venivano alla Rossa e che era meglio evitare.

La Rossa è morta, ormai tanti anni fa. Mi ha allevato, la adoravo, mi manca ogni giorno. Ma mi manca oggi più che mai. Perché sentire la risposta che avrebbe dato alla Gelmini e a La Russa mi avrebbe di sicuro risollevato la giornata.

[Il nuovo mondo di Galatea]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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