Allopatia

di Maximiliano Bianchi “strelnik”

Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo piatto
sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
(B. Brecht, “Nei tempi oscuri”)

Liberi e condizionati dai nostri antichi dolori
Attraversavamo la pianura
E zolle inaridite risuonavano sotto i nostri piedi;
Prima della guerra, amico, qui ci nasceva il grano.
(M.Houellebecq, Il senso della lotta)

noi generazione post BR figli della bomba,
voi generazione di PR figli della bamba.
(Venacut)

Casa mia è in campagna, in una frazione di Galliano (il comune, da pochi anni passato ai comunisti, che per me è la civiltà perché ci vado a scuola, seconda elementare) e, specialmente la domenica o quando sono in vacanza, mi piace andare per i boschi (*). D’estate m’allontano anche di diversi chilometri e vestito solo coi pantaloni corti, la canottiera bianca, le scarpe da tennis (le Mecap) e il cane. D’inverno ho un cappotto tra il marrone e il verde militare (con le alette sulle spalle come gli ufficiali e le tasche alte) che porto un po’ impettito insieme a un bastone di castagno, una pistola finta e il cane.
D’estate sono un esploratore, d’inverno un partigiano. Un partigiano col cappotto semi-militare, il berretto di stoffa scuro con la tesa spiaccicata sugli occhi e le scarpe rotte.

Eppur bisogna andar: reduce da una settimana a letto per una bronchite che m’ha lasciato le gambe leggere sciupandomi quasi tutte le vacanze di Natale, sono talmente in debito di battaglie contro i tedeschi che un sabato mattina mi spingo veramente lontano da casa. Mi fido del cane e della sua capacità di ritrovare la strada del ritorno senza far conto su di me. E intanto pattuglio.
Pattuglio da solo il bosco, scendendo a passo svelto per i viottoli con la faccia contratta, attento al minimo rumore. Quando mi fermo e trattengo il respiro, sento le lumache strisciare. Intuisco il tocco timido dei loro tentacoli scapati saggiare la consistenza del muschio. Sono animali prudentissimi e lenti (e chissà perché a guardarle dopo un po’ mi viene l’uccello durissimo e vorrei schiacciarle).
Trovo anche le tracce di carbonaie spente da anni dove ci lavoravano uomini sporchi di fuliggine e affamati (che quando poi erano morti li avevano appoggiati piano sui loro letti dalle lenzuola bianchissime, profumate di spigo e già rigide come bare)

Poi sento urlare i tedeschi e devo darmi da fare.

Mi butto a rotta di collo dagli argini giù verso i terrazzi a mezza costa, morbidi di foglie marce. Il sottobosco mi vibra sotto le scarpe. Mi inginocchio tra le felci e inghiottisco a vuoto per ascoltare meglio (vivere nel sottobosco equivale a camminare sotto la continua minaccia d’una suola pronta a schiacciarti; ecco perché per la maggior parte della giornata gli insetti urlano e stridono: cercano, nell’indifferenza quasi generale, di salvarsi la pelle).
Fatto sta che adesso ci sono queste voci dei tedeschi che si avvicinano e magari sono tedescacci come li chiamava mia nonna quando si ricordava di quelli che facevano i prepotenti solo perché c’avevano quella divisa addosso. (**)
Con il sottobosco che è un frastuono di grida e avvertimenti e i tedeschi sempre più vicini, mi ci vuole un po’ di coraggio e comincio a mugolare pianissimo “Una mattinaaa, mi son svegliatooo..” e impugno il bastone con tutte e due le mani, nei punti che dovrebbero essere il calcio e la canna d’un fucile.
Mi ricordo che sono un partigiano. Mi tiro su e comincio a correre verso di loro.

La strada che ho imboccato rampa. Rampa come le bestie. Io corro veloce, ma lei ti toglie il fiato. Devo arrivare a vederli dall’alto. Voglio guardarli mentre loro non se ne accorgono. Una volta in cima potrò accumulare il vantaggio giusto per organizzarmi e affrontarli tutti, anche fossero cinquanta. Li osserverò da sopra, pronto a dirigermi verso di loro, scegliendo il percorso che mi farà piombare su un fianco scoperto delle retroguardie.
Sento i polpacci indurirsi e il piede affezionarsi sempre di più alla terra, ma ormai sono arrivato. Con un po’ di punte di lame nella milza mi appiattisco sul terreno, tra la malva e il tasso barbasso, odorosi da far svenire. (rispetto a denti stretti il loro odore preistorico che ti si accampa nel naso tamponando il fiatone: mia nonna ci faceva degli infusi che erano amari e onesti come il sorriso dei poveri).

Ora da quassù i tedeschi li vedo tutti. E li vedo muoversi veloci e meccanici, come avvitati a delle rotaie invisibili. Rastrellano da un angolo all’altro un paese che da dove sono nascosto non riconosco per niente. Dà davvero noia guardarli muovere così (con quello scattare di soppiatto meschino, sputtanato e ridicolo per chi riesce a vederli da lontano).
Tempo un paio di respiri profondi e mi alzo di scatto. Me ne serve uno solo, vivo. Catturarne uno e tornare via senza farmelo scappare o essere costretto a ucciderlo. Mi serve per Taberna, fraterno compagno di lotte, mezzo poeta mezzo assassino, che hanno fatto prigioniero e che invece a me serve vivo per ragioni mie.

—–
(*)
In tutti i paesi e i paeselli del mondo, le foreste, i boschi e le giungle sono posti affascinanti e pericolosi. Sarà che tutti quegli alberi che crescono liberamente e insieme alla fine finiscono per offrire rifugio a ciò che non troverebbe asilo altrove. Credo sia per questo che, fin da quando siamo bimbetti, ci dicono che in questi posti stanno rintanati gli orchi, i lupi, le streghe, i briganti e gl’assassini.
Al paesello del mondo mio no: quand’ero bimbetto (1976-77) nei boschi fuori dal paesello dove abitavo c’erano le orme dei partigiani e dei fascisti.

(**)
Era un soldato delle SS e mimava a mia nonna di accendergli una sigaretta. La teneva spenta in bocca e colle mani appoggiate ai fianchi gli mugugnava, quel nato d’un cane. Lei strusciava di rabbia un fiammifero sul muro di casa, vicino al forno dove faceva il pane (c’era poca farina e troppi nazisti in giro nel luglio del ’44) e gli avvicinava la capocchia infiammata alla bazza. Ma quello si tirava indietro e gli chiedeva di aspettare un po’ perché si vede non gli piaceva respirare lo zolfo (che invece speriamo gli bruci per sempre i polmoni in qualsiasi inferno l’abbiano ficcato).
Si sistemò meglio la sigaretta in bocca, tirò una boccata e guardò le altre SS che eran lì con lui nell’aia di mia nonna a nemmeno mezzo chilometro dal palazzo che avevano requisito come kommandatur (dove c’era il maggiore che non rideva mai, mangiava come un cinghiale a torso nudo e dormiva con due sentinelle sempre all’uscio).
Poi gli disse che volevano l’olio. Tutto l’olio che avevano in casa. Mia nonna ne aveva pochissimo e glielo disse. Quello capì o non capì, prese, fece un passo avanti e gli puntò una pistola sotto il viso. Andarono via con pochissimo olio, quello che mia nonna riuscì a recuperare dalla vicina (una donna appena più giovane di lei che appena sentiva la voce d’un tedesco scappava a rimpiattarsi in ciglieri, tra le damigiane e i coppi quasi vuoti).
Quelli che c’erano prima eran solo soldati, questi che erano arrivati a metà luglio erano stati proprio i tedeschi a dirgli di stare attenti ché erano dei pezzi di merda.

[strelnik]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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