Amamilano

l'elena legge

Arriviamo nel quartiere della Bovisa prendendo due metropolitane e due tram. Siamo fuori dal centro, ma è un bel quartiere. Entriamo nella Scighera (in milanese vuol dire nebbia) e dentro c’è un palco grande e bellissimo con sopra un pianoforte e tantissimi strumenti sparsi per la stanza, chi vuole li piglia e li suona.

E infatti, appena arrivano i primi blogger lettori, uno, un certo Chettimar, si mette al piano e suona DA DIO. Io gli dico: allora accompagni tutte le letture col pianoforte. Lui accetta, è spaventato, forse timido, ma accetta. Arriva anche simonerossi col clarinetto, si mettono d’accordo sulle chiavi e sui giri.

Un sacco di saluti e abbracci con gente che non avevo mai visto in volto. Poi iniziamo. Le luci si abbassano, parte il piano, l’elena sale sul palco e inizia a leggere.

SILENZIO ASSOLUTO. Il pubblico non fiata e applaude. E così sarà per un’ora. Ci intercambiamo in cinque o sei a leggere. Ogni due o tre pezzi faccio fare un pezzetto a simonerossi con la chitarra, lui fa De Andrè e altre cose e Chettimar lo accompagna al volo col piano. Mentre leggiamo stanno tutti zitti, applaudono, nei racconti più toccanti partono anche dei singhiozzi. La mamma di Cratete piange; suo padre, all’uscita, gli dice: làureati!

Dopo un’ora pensiamo che è il caso di fare una pausa. Dieci minuti. Chi una birra, chi a fumare, chi tutte e due le cose.

Beviamo menabrea ambrata alla spina come se non ci fosse un domani. Intanto decido chi far leggere, anche mentre la gente è sul palco a leggere. Mentre simonerossi suona, scelgo i prossimi tre brani, li porto al buio ai lettori, ho una matita della Lottomatica in mano e la uso come una bacchetta da direttore d’orchestra.

Non è da me vantarmi, ma insomma: SONO BRAVO A FARE IL REGISTA. O almeno così pare. Davvero. Tu leggi questo dopo di lui, e spingo il lettore sul palco. Simone, suona un pezzetto con la chitarra, gli dico alle spalle. Tu, daniela, tra due brani tocca a te, sussurro al buio.

Se ne va così un’altra ora. Uguale: silenzio, applausi, gente che piange e gente che ride quando il pianista si alza e d’improvviso legge La divisa del Balilla. A momenti piango anch’io.

A mezzanotte chiudiamo. La scighera chiude alla mezza. Riusciamo a prendere l’ultimo tram e arrivare dall’altra parte di Milano, su questo vecchio tram di legno, noi barabbisti, con Batchiara che ci spiega la città in un giro notturno bellissimo.

Arriviamo a casa e andiamo a dormire con un sorriso della madonna. Mi dicono che russo. Mi dicono che russo come a Stalingrado.

(ci sono delle foto e un gruppo su flickr, se vuoi darci un’occhiata)

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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