In tempo di pace

di Batchiara

Succede che il periodo sia di quelli bui che più bui di così, si muore. Succede che le giornate non abbiano un senso, un verso, una direzione. Succede che rimane solo la voglia di alzare gli occhi e cercare l’uscita dal pozzo.

Succede che si legga per caso di un gruppo di persone belle che si ritrovano tutti insieme per un reading (sì, una di quelle cose che di solito leggi fare in città stilose e d’avanguardia, come New York o Berlino). Un reading di un e-book, una cosa scritta mesi fa per commemorare la Liberazione dal nazi-fascismo. Si chiama “Schegge di liberazione”, e se lo cercate su Google, lo trovate (così dice uno che ho conosciuto una volta).

Succede che a me leggere a voce alta piaccia tanto. Ma tanto tanto. E allora butto alle ortiche le naturali ritrosie, il pudore, la convinzione di andare a fare la mosca bianca e dico: posso? E succede che ci siano quelle persone belle che dicevo prima che dicono sì. Ed eccomi lì -tra gli altri, nel buio – col mio foglio in mano che aspetto un cenno del regista per salire sul palco.

Succede che il circolo arci in cui ci troviamo sembri un teatro – con il palco in legno grezzo, le luci calde, il microfono e il leggio – e la città sembri un’altra, più bella. C’è un pianoforte, e un ragazzo elegante suona con lo sguardo assorto (se non lo guardi pensi che sia un disco che gira) e un altro ragazzo seduto a gambe incrociate a terra, attorcigliato attorno alla sua chitarra, che la accarezza attento e canta anche, quando l’emozione è tanta e il cuore ha bisogno di alleggerirsi un po’.

Succede che le voci si alternano: ci sono ragazzi, donne, uomini. Alcuni fanno ridere, altri ti cacciano in gola un nodo duro da sciogliere. Succede che mi guardo intorno nella penombra e vedo gli occhi, i volti della gente. Quella che è lì e quella che immagino. Ci sono le persone che hanno scritto quei pezzi, e le persone che quei pezzi raccontano. C’è mio nonno Edoardo come l’ho sempre immaginato quando – tornato in licenza a casa al posto di un commilitone con cui aveva scambiato i turni – gli dissero che il suo sommergibile era stato affondato. C’è quel senso di precarietà infinita. Il senso di responsabilità che mi accompagna sempre: esserci – qui, ora, in un tempo di pace, benessere e ricchezza – con alle spalle lo spettro di quanti hanno sofferto, pianto, sperato in altri tempi, in altri luoghi.

Succede che quando salgo sul palco e inizio a leggere non so più chi sono, non so più dove sono. Ci sono solo la musica e le parole a cui mi aggrappo per non affondare.

Poi finisce tutto.

Ma la musica e le parole rimangono dentro, insieme ai ricordi di tutti quelli con cui ho condiviso tutto questo. Che ringrazio, perché era da tanto che non stavo così bene. Tanto. E ne avevo bisogno.

[poche idee, ma confuse]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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Una risposta a In tempo di pace

  1. Carlo ha detto:

    Mi dispiace non esserci stato, mi sa che è venuto davvero bene.

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