Bombe mandate dal cielo

di Stefano Pederzini “Bolero aka Prudencio Indurain”

Le rovine del casolare dove abitava mia mamma nella primavera del 1944 si trovano sul fianco di una montagna, in un prato che finisce a picco sulla vallata del Setta, in una posizione da cui guardando giù hai l’impressione che prendendo la rincorsa e saltando puoi cadere nella piazza del paese di Vado. Il Poggioletto, si chiama quel posto, Puzzlett in dialetto. All’epoca mia mamma aveva cinque anni; era nata vicino a Badolo, sull’altra sponda della valle. La famiglia si era poi trasferita a Bologna, ma erano tornati in collina quando la città cominciò a essere bombardata. Alloggiavano in questa casa come mezzadri, a disposizione avevano un po’ di orto e una mucca, appena quello che bastava per campare. Nemmeno qui potevano comunque stare completamente tranquilli: sotto i loro piedi passava la linea gotica. Mia madre e i suoi fratelli vedevano i partigiani passare con le armi in spalla, e mia nonna allungargli ogni tanto una pagnotta; dal poggio vedevano gli aeroplani arrivare e poi sganciare quelle grosse caramelle che cadevano e scoppiavano sul fiume, dove passava il ponte della ferrovia Direttissima Bologna-Firenze. Allora dovevano correre nel rifugio, una grotta scavata poco distante, e uscire solo quando tornava il silenzio.

Fino a quella mattina di maggio. Mia zia che aveva 12 anni si svegliò per prima: il rumore delle bombe era sopra la sua testa e tutto intorno a casa. Uscì a guardare il cielo, ma non c’erano aerei: erano colpi di un cannone che sparava da lontano, da dietro le montagne. Tornò in casa, svegliò mia mamma e mio zio, che aveva poco più di due anni, si abbracciarono tutti e tre piangendo. Così li trovarono i miei nonni, che avevano sentito le esplosioni mentre erano nei campi a raccogliere erba per la mucca ed erano rientrati correndo; portarono i bambini nel rifugio così com’erano, seminudi e in lacrime, passando tra i sibili delle cannonate. Nel rifugio rimasero ore ad attendere che il cannone smettesse di sparare: quando finalmente poterono tornare alla casa, la trovarono quasi completamente distrutta. Delle poche cose che possedevano, quasi niente restava: un comò, un letto. E gli abiti che avevano addosso. Caricarono tutto su un carretto, misero la mucca a tirarlo e partirono per cercare alloggio da qualche parte. Un uomo, una donna e tre bambini. La notte la passarono in un fienile, dall’altra parte della valle. Il giorno dopo raggiunsero il casolare dove viveva il fratello di mio nonno con la famiglia. Abitarono con loro per alcuni mesi, finché l’avanzare del fronte non li costrinse a sfollare di nuovo a Bologna.

A volte provo a immaginare lo stato d’animo che potevano avere quella notte, nel fienile: la disperazione per aver perduto ogni cosa, certo, ma anche la consolazione che nessuna di quelle bombe avesse colpito qualcuno. O forse una più prosaica rassegnazione contadina, l’abitudine a fare sempre fronte al peggio, la scorza dura di chi conosce bene la miseria e gli stenti. Ma ciò che quella notte mai avrebbero immaginato è che nemmeno tanto tempo più tardi avrebbero ringraziato quelle bombe: perché il nome della montagna su cui la loro casa sorgeva era Monte Sole, e pochi mesi dopo, a calpestare quello che era stato il loro cortile, sarebbero stati gli stivali delle SS di Walter Reder. Ma loro, ormai, erano lontani.

[Sono spaesato]

(Nota: questo è il pezzo che Stefano Pederzini ha scritto per Cronache di una sorte annunciata, ma forse c’entra qualcosa anche con Schegge di Liberazione. E allora lo mettiamo tra gli inediti.)

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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