Strade e vite

di “kutavness

Sto rientrando a casa. Cerco di mantenere un faticoso equilibrio tra le due borse cariche di spesa. L’andatura è, inevitabilmente, un po’ da pinguino. Mi fermo circa a metà del ponte di Via Libia, in prossimità delle scale che scendono fino a Via Sabatucci.

[Francesco Sabatucci, Franco per i compagni. Dalla sua Bologna è finito in Veneto, Brigata Mazzini, pochi uomini e un coraggio che sfiora l’incoscienza. C’è il Ponte della Priula da far saltare. Con Franco sono in sette. Ma ci riescono. Catturano le sentinelle e fanno brillare le mine. Il nemico dovrà trovarsi un’altra strada. Ed eccolo ancora, poco più in là, sul Cansiglio, a tener botta ai rastrellamenti, cinque giorni, cinque dannati soli. Loro sono di più, molti di più. Non ci pensare, non vuol dir nulla. E ce la fa di nuovo. La Brigata Mazzini è salva, esce dalla sacca, si prepara a nuovi combattimenti. Ci vuole un tradimento per fermarlo, a 23 anni, fine ’44: ucciso durante un tentativo di evasione, nonostante tutto ancora non voleva arrendersi.]

Non ho voglia di fare tutte quelle scale a piedi, con le sporte in mano. Scendo dal ponte, le auto mi sfrecciano vicine. Sotto di me l’ingresso alle Officine di Piazza Grande, proprio dirimpetto alla fine di Via Gastone Rossi.

[È un ragazzino, Gastone. Ha appena sedici anni. A quell’età si dovrebbe pensare ad altro che ad uccidere e non farsi uccidere. In un’azione di fuoco “Leone”, come lo chiamano, rimane ferito. Capisce subito cosa sta succedendo: una mitragliatrice carica è puntata sui suoi compagni. Con l’agilità e la follia della sua gioventù, si lancia addosso al mitra, armato solo di bombe a mano.]

Il ponte sembrava non finire mai. Mi fermo a rifiatare di nuovo vicino al semaforo, di fianco al videonoleggio, all’incrocio con Via Masia.

[Massenzio Masia, nome di battaglia Max. 42 anni, comasco, azionista, giornalista e scrittore, persona colta, di grandi doti organizzative. È uno dei capi della lotta di liberazione in Emilia-Romagna. Parri gli sconsiglia di tornare a Bologna: troppo rischioso. Lui torna comunque. Due spie fasciste lo fanno arrestare. Lo torturano, ma lui non parla. Tenta due volte il suicidio, prima avvelenandosi, poi buttandosi dal secondo piano della caserma. Lo conducono davanti al plotone con le gambe spezzate. Un male da impazzire. Ma, ancora, Max trova la forza di rifiutare la grazia; anzi, cerca di assumersi anche la responsabilità degli altri sette vicini a lui. Li fucilano tutti.]

Mi lascio sulla sinistra il teatro Dehon e la chiesa della Madonna del Suffragio, che gli stessi Padri Dehoniani definiscono scherzosamente “Nostra Signora del cemento armato”. Sulla destra un bar, un negozio di pasta fresca e un condominio pieno di extracomunitari, oggetto di recenti proteste leghiste. Altro semaforo, all’angolo un anziano barbiere, di negozietti come il suo ormai ne sono rimasti pochi. Supero Via Sante Vincenzi.

[È dura la libertà, Sante. Vari arresti, sei anni di confino. Quante volte te l’avranno chiesto, nella tua officina di meccanico: “Ma chi te lo fa fare?”. Ma tu invece insisti, “Mario”: ti han dato da coordinare le brigate della Divisione Garibaldi a Bologna, e tu lo fai, come fossero tante parti di un unico motore che non deve spegnersi. Ti catturano, ti torturano, ma invano. Hai sopportato ben altro, pur di non scendere a compromessi. Il traguardo è a un passo, ma a te basta sapere che quel passo lo faranno molti altri. I tuoi ragazzi. Tu hai cinquant’anni, al futuro penseranno loro. Ti uccidono la notte prima della Liberazione.]

Ancora poche centinaia di metri e sono a casa. Passo vicino alle vecchie scuole “Giordani”, emblema del quartiere, con un centro giochi nel seminterrato, dove talvolta porto mio figlio il giovedì pomeriggio. Come sempre, il piccolo parco giochi di Via Musolesi appare vuoto.

[È diverso dagli altri, Mario. È atipico, è un po’ strano. Per cominciare, crede in Dio. Poi ha la fama di voler far tutto da sé. Costituisce una brigata partigiana autonoma, “Lupo”, con alcuni inglesi fuggiti da un campo di concentramento. Nel giro di pochi mesi, trasforma quel manipolo di pazzi in un’organizzazione efficientissima, la Brigata Stella Rossa, che attira molti partigiani. Tentano di ammazzarlo un paio di volte, suo fratello viene catturato. “Lupo” non molla la preda. Attacchi, sabotaggi, eliminazione di spie e collaborazionisti. A Marzabotto, la Brigata Stella Rossa è schiacciata dalla controffensiva nazifascista. Mario scompare: lo ritorvano solo un anno dopo, rannicchiato in una buca, come se stesse pregando.]

Un colorato negozio di frutta e verdura mi informa che sono già in via Palmieri, e devo svoltare.

[Studiava Medicina Gianni Palmieri, quando esplose l’inferno. Sesto anno, ancora pochissimi esami e poi, finalmente, la laurea, al Sant’Orsola inaugurato appena pochi anni prima, dagli stessi che hanno poi provocato quell’infamia. Cosa sai fare, ragazzo? Curo i malati. Bene, dirigerai il servizio sanitario della Brigata “Bianconcini”. Terapia d’urto, altro che lezioni e tirocini: un orrore quotidiano, al quale non si sottrae mai. Nemmeno quando arrivano i nazisti. Tre giorni di attacchi, nei quali Gianni lavora anche di notte, senza tregua. La Brigata rompe l’accerchiamento, ma lui non li segue: vuole assistere i feriti. Lo catturano. Ma non lo uccidono subito, quei cani bastardi: prima deve curare i loro, dato che è così bravo. Poi, quando non serve più, il solito colpo alla nuca e via. Aveva 23 anni.]

Percorro via Palmieri, alti palazzoni da un lato e vezzose casette a due piani con giardinetto dall’altro. Sulla sinistra inizia a vedersi il ponte di Via Bentivogli.

[Ha già sessant’anni, Giuseppe, e alle spalle una vita da braccato. Socialista, antifascista, animatore del movimento cooperativo. E allora carcere, confino, fughe all’estero. La guerra l’aveva già vista, trent’anni prima, ma evidentemente non era bastata. Ora però l’anzianità può diventare un prezioso alleato, se riesci a trasformarla in esperienza: Giuseppe organizza la resistenza in Emilia di par suo, come quando dirigeva il movimento contadino. Anche lui cade nelle grinfie del nemico a un’alba dalla meta: lo fucilano la notte tra il 20 e il 21, con l’amico Sante Vincenzi.]

Mi chino per scambiare le sporte. I piedi mi dolgono. Mi rialzo e proseguo per Via Paolo Fabbri.

[È romagnolo, Paolo, primo di dieci figli. Socialista da sempre, combattente fin dalla più tenera età, consigliere provinciale a Bologna. Lo mandano in confino, a Lipari, e lui aiuta ad evadere Lussu, Rosselli e Nitti, a costo di beccarsi altri tre anni di isolamento. Entra nelle Brigate Matteotti, e per la sua abilità politica viene mandato al Sud per contattare il comando alleato e organizzare la strategia di liberazione nazionale. Ma, mentre ritorna, è catturato dai nazisti sull’Appennino e fucilato, il giorno di San Valentino.]

Arrivo finalmente a casa e mentre appoggio le sporte, stravolto dalla stanchezza, lo sguardo mi cade sul calendario. È il 21 aprile, 65esimo anniversario della Liberazione di Bologna. E i nomi delle strade che ho percorso mille volte, e che un po’ si somigliano tutte, in questo quartiere chiamato Cirenaica, all’improvviso tornano a parlare, a raccontare le loro vite e i loro ideali, a svelare la Storia e le storie nascoste dietro indicazioni stradali alle quali ormai nessuno fa più caso: storie che camminano lungo le mille strade diverse verso un’Italia libera.

[kutavness 2.0]

(Nota: questo post era arrivato tardi alla chiamata alle armi. Lo pubblichiamo qui.)

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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