L’impresa di mio nonno

di Luca Zirondoli “Carlo Dulinizo”

Per me parlare di Resistenza vuol dire parlare di mio nonno paterno.
Vuol dire cercare di capirlo, ancora una volta, ora che non c’è più.
È la prima volta che scrivo di mio nonno da quando è morto e continuo a chiedermi se ho sbagliato le domande o non ho capito bene le risposte.
Mio nonno aveva due nomi. Il secondo era decisamente pacifista, Olivo.
Durante la guerra era un addetto alle radiotrasmissioni. Uno di quelli che si vedono nei film correre da un capo all’altro del fronte per passare la cornetta a qualcuno che deve prendere decisioni o eseguire ordini. Un messaggero. Uno di quelli che avrà sparato sì e no un caricatore, che poi hanno sempre la pistola quelli e non la usano mai.
Era a Pola, in Istria, quand’è scoppiato l’armistizio e subito ha cominciato a muoversi verso casa. Ormai era arrivato che una banda partigiana spunta fuori e ferma lui e il suo amico. “Decidete! O con noi o con loro!” L’amico sceglie la casa e s’imbosca. Mio nonno, che non aveva molto a cui tornare, sceglie la banda. A sentir lui già nel settembre del ’43 si sapeva che i nazifascisti avevano i giorni contati. Sceglie il nome di battaglia di Stefano. Intorno furoreggiavano nomi improbabili: Jack, Saetta, Iames, Stalin, Lampo, Diavolo, Ross. Improbabili ma evocativi, a volte ridicoli ma certamente d’effetto: e lui sceglie Stefano. Più tardi lo chiameranno Medoro, ma sarà un soprannome riflesso, legato alla giovane moglie che lo aiuta al bar centrale negli anni del boom economico.
La nonna era presente all’arrivo dei partigiani liberatori. Arrivavano dalle
campagne a sud e si erano radunati in piazzale Re Astolfo, la piazza piccola di Carpi. Piazza Martiri, la piazza grande, non si chiamava ancora così. Ospitava una gigantesca statua equestre di Manfredo Fanti ed era ancora dedicata a uno dei Savoia. Piazzale Re Astolfo invece è una piazza proporzionata, a misura d’uomo e di bambino. Ospita la sagra della città, che è talmente bella e piccola da farmi credere, al di là di ogni superstizione, che chi si sposa lì dentro ha una piccola certezza nell’eternità a due. In Piazzale Re Astolfo giocavo a calcio da bambino e nella stessa piazza mio nonno anni prima era tornato tra la sua gente, dopo anni e mesi di battaglie, corse, fame, rappresaglie, imboscate, paura, sabotaggi e a volte risate.
Provateli a immaginare, sporchi di terra e sole, coi vestiti stracciati, stanchi ma sorridenti. Allegre brigate di ragazzi che tornavano alle loro famiglie, alle loro madri, alle loro sorelle, alle loro morose. Provate a immaginare la gioia di quel momento. Come una festa paesana rimandata da anni di brutto tempo che finalmente esplode nel cielo d’Aprile. Da quel momento, se sei fortunato e se credi di aver già dato abbastanza, non ti volti più indietro. Neanche se te lo chiedono. Forse.
Una volta gli chiesi: «Nonno, qual è stata l’azione più bella a cui hai partecipato?».
Lui ci pensò un po’ su e disse: «vincere la gara di chi mangiava più uova: dodici».
E ora credo di aver capito.

[Barabba]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

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