L’amico tedesco

di Manuel Coser “Manuko”

Daniel ha ventun anni, è un ragazzone come ti immagini proprio che debba essere un ragazzo tedesco di quell’età. Abbastanza alto, spalle robuste, il volto marcato da tratti solidi: mandibola larga, piuttosto squadrata, zigomi alti e fronte spaziosa, piatta. Gli occhi immancabilmente azzurri, i capelli, anche loro immancabilmente biondi. Sembrerebbe uscito da un catalogo della teutonicità stereotipata, ma Daniel ha qualcosa che stona. Sarà forse per il fatto di essere un sassofonista, o forse perché i suoi capelli, biondo canarino, li porta intrecciati in lunghi e fitti rasta, sarà perché si trova in un quartiere desertico, della periferia di Lima, a lavorare in una biblioteca che accoglie bambini di strada. Sarà forse per tutte queste cose messe assieme.
Non è fatto su cui mi ritrovi a spendere troppo tempo, ma il complesso della figura di Daniel ha qualcosa che mi fa sorridere. Da qualche parte in me ci devono pur essere degli stereotipi, della figura del tedesco da una parte e del cooperante internazionale dall’altra, e Daniel sembra in qualche modo aderire perfettamente all’uno ed all’altro, ma mai contemporaneamente, così da apparirmi in qualche modo sempre un po’, come dire… sbagliato. È questo ad ispirarmi tanta simpatia in lui, una sorta di solidarietà per questo essere irrimediabilmente sfuocato, nel momento in cui cerco di inquadrarlo in una figura precostituita. Proprio come succede a me stesso, nel momento in cui cerco di corrispondere a qualcuna delle varie identità che potrebbero trovare una collocazione, nel mio mondo italico, per rendermi la vita un po’ più facile.
Da tre mesi Daniel ed io lavoriamo a questo progetto di istruzione extrascolare in Perù, e so che molti colleghi ci trovano una coppia divertente e strampalata. Del resto come dargli torto… lui mi costringe ad alzarmi con dei clap ritmati delle mani quando decido di poltrire anche se ci siamo dati un appuntamento di lavoro, cosa per cui lo odio con tutta la radiosità della mia penisola e finisco per chiamarlo provocatoriamente Herr Blüchner, senza riuscire mai a farlo ridere per questo, ma devo essere poi io a richiamarlo ad un ordine concreto quando si perde nelle divagazioni che suppone il mio procedere logico, che lui definisce, estasiato, “jazzistico”. Mi ha anche spiegato perché si può chiamare così: «sono come moduli che tu proponi e che io posso variare, trasformarli senza mai scostarmi dal tema originale, e tu puoi tornarci su, offrire una nuova variazione che non esclude la possibilità di continuare così, senza che ci si chiuda mai in una definizione assoluta». Ragione per la quale devo stopparlo facendo il pragmatico, ritrovandomi ad alzare gli occhi al cielo per il mostro inconcludente che io stesso so essere.
Questa sera però le corrispondenze a ruolo inverso tra Daniel e me hanno raggiunto un punto davvero inaspettato, lasciandomi letteralmente a bocca aperta.
Siamo a cena in casa delle responsabili del progetto per cui lavoriamo, un’italiana ed una peruviana che da oltre trent’anni si ostinano a difendere uno stile di vita e di socialità che possano migliorare le condizioni dei bambini e delle loro famiglie in questo lato disgraziato del pianeta.
In un quartiere di strade polverose, dove dalle sette di sera gli unici a percorrerle sono branchi di cani randagi ed uomini di ogni età altrettanto se non ancor più sbandati di quelle bestie, la cucina in cui mangiamo ha una parete finestrata, e questa guarda su una veranda affacciata su di un giardino rigoglioso di fiori e piante da frutto. Sembra di stare in una scena di Alice nel paese delle meraviglie, finita per lo scherzo di un montatore ubriaco in mezzo a Mad Max.
Questa sera abbiamo un’ospite, un’altra donna italiana che da molti anni vive e lavora in Perù, a Cuzco. È di passaggio da Lima, tornerà per un periodo di vacanza in Italia.
È per colpa sua se ci troviamo tutti, di colpo, ammutoliti. Di fronte a noi abbiamo Daniel, il tedescone insolito, che si tiene il volto tra le mani e singhiozza silenziosamente, come se non volesse disturbare con l’espressione dei suoi sentimenti. Sappiamo tutti benissimo perché stia succedendo, ma io ugualmente non posso non ammettere il mio grande stupore.
Maruja stava raccontando dei terribili anni di Sendero Luminoso e dei rastrellamenti nel quartiere dell’esercito, nelle ore notturne in cui il calpestio degli stivali militari batteva tremendo il ritmo della repressione. Raccontava del buco che avevano dovuto scavare per nascondere i libri messi all’indice dal governo di Fujimori, ed allora Vittoria, l’italiana di Cuzco, aveva preso a descrivere gli anni della resistenza in Italia in cui, ad insaputa sua, il padre nascondeva, in una doppia parete della casa, un gruppo di italiani che cercavano di sottrarsi all’editto di Graziani, per non essere costretti ad arruolassi nelle truppe di Salò. Erano passati mesi senza che lei capisse perché, con tanta fame, una parte del cibo preparato per la famiglia venisse sempre tenuto in disparte, finché una sera aveva assistito al momento in cui delle mani erano comparse, oltre una fenditura nella parete, per afferrare i piatti che la madre porgeva loro. Mani senza volto che annaspavano nell’aria per afferrare il cibo che avevano agognato per tutto il giorno, mani nervose per la fame e per la paura, per lo stato di assedio in cui vivevano. Dopo quel periodo di protezione, quelle mani avrebbero raggiunto altri che, sulle colline del cuneese, si sarebbero organizzati nella resistenza.
Mentre ascoltavamo rapiti il racconto di Vittoria, non ci eravamo accorti della reazione di Daniel. Fu il suo soffocato singhiozzare che ci distrasse, e restammo tutti per lunghi istanti in silenzio, come concentrati sulle tante domande che, quello a cui stavamo assistendo, ci costringeva a porci. Domande che non avevano bisogno di una risposta.
Nella mia famiglia alcuni hanno vissuto esattamente quelle stesse esperienze degli uomini a cui appartenevano le mani che Vittoria aveva conosciuto nell’infanzia: giorni di solidarietà popolare prima della lotta clandestina nei boschi; altri sono invece stati deportati nei campi di lavoro in Germania ed Ungheria. Per me è sempre stato istantaneo, facile, familiare, identificarmi con le vittime, con chi ha subito le vicende di quella guerra, e spesse volte ho avuto la reazione che vedo in Daniel adesso, la commozione per il coraggio e le difficoltà cui sono stati costretti a far fronte i miei antenati recenti.
Ma lui… lui… è un tedesco, i suoi antenati stavano dall’altra parte, come può sentire la pietà in questo modo…
È Daniel a parlare, interrompendo il nostro rispettoso imbarazzo.
«Mi dispiace, mi dispiace per quello che abbiamo fatto, per quello che la mia gente ha fatto passare ad altri. Negli anni della scuola, da noi, studiamo tantissimo quell’epoca, la condotta del nostro paese, le nostre responsabilità. So che io non posso fare niente per cambiarla, ma ogni volta che incontro qualcuno che quella storia l’ha vissuta e l’ha subita, mi sento tremendamente male».
È come se lui sentisse, su di sé, la responsabilità della storia del suo paese, come se non potesse sfuggire al passato di questa, e grazie a ciò riesce a capire il dolore e la fatica di chi, in quell’epoca, stava sull’altra sponda.
Daniel è libero di conoscere i sentimenti e le esistenze dell’altro, di chi gli ricorda una colpa che non è nemmeno sua, ma non ha bisogno di sottrarsi alle responsabilità della storia, perché non deve difendere nessuno, tanto meno sé stesso.
Guardo il mio amico tedesco e penso che forse la resistenza, quella che doveva portare alla liberazione, è lui ad averla fatta davvero.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

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