Figli

di Lia Finato

Mia madre mi vide arrivare. Guardò da lontano, socchiudendo gli occhi per cercare di capire chi fossi. Oh no. Non potevo essere suo figlio. L’orologio mi arrivava su fino alla spalla, da tanto che ero magro. Cento sigarette al giorno, acqua e limone, ed ero riuscito a farmi rispedire a casa dall’Albania. Hanno pensato avessi qualche malattia strana. Non c’era cura che tenesse, dimagrivo. E allora a casa.

E allora a casa.

E al fronte non ci sarei tornato.

—-

Sono nel campo, come sempre. È tardi. C’è quella luce, così, che sale da sotto, quella luce che adoro. Il giallo che si mescola al rosa, e al rosso. E c’è l’odore della primavera, nonostante queste giornate maledette. Angelo è tornato, forse è per questo che riesco a respirare quest’aria. La sua voce, ho sentito la sua voce. I suoi occhi, i suoi occhi sono pieni di guerra e paura e morte e sangue e disperazione, e io me la vedo tutta davanti. Tutta. Le sue ossa, ecco, giusto quelle mi ha riportato. Ma dorme nel suo letto, adesso, la notte. Sotto il suo tetto, adesso. Con me. E io lo posso vedere. E io lo posso toccare, stringere ancora. Almeno per un po’. Almeno per un po’. E l’aria della primavera entra dalle narici e allora i miei polmoni, mi fa quasi male respirare così, e i miei polmoni hanno fame di quest’aria pulita, nonostante queste giornate maledette. E respiro. Entra, fa quasi male. Esce. Brucia. Ancora, ne voglio ancora. Entra. Esce. Entra. Esce. Mi fa male mi gira la testa non posso fermarmi. Un lamento. Ancora. E ancora un lamento. Entra. Esce. Entra. Non riesco a fermarmi, mi fa male. Un lamento. Ancora, ancora, mi viene da piangere adesso. Apro gli occhi, mi gira la testa, ho preso troppo ossigeno tutto in una volta, mi viene da vomitare, sono io che mi lamento, mi fa male. Oddio sono pazza. Devo finirla con questa mania. Mi brucia il petto. La luce del tramonto, rossa. Un lamento. No. No. Non sono io. È fuori da me. Nel silenzio, ancora, questo lamento. Allora cerco, adesso. Guardo. Lo seguo. Cammino lentamente. E poi lo vedo. E poi lo vedo. Non sono io. Il lamento. È a terra, è un soldato. C’è il sangue. Ce n’è tanto. La gamba. La gamba. Il sangue è nella gamba. Io non riesco a muovermi. Io non riesco a fare niente. E poi mi guarda. I suoi occhi sono gli stessi occhi di Angelo. Sono pieni della stessa schifosa merda della guerra. Della stessa paura, della stessa morte, dello stesso dolore, dello stesso sangue, della stessa disperazione. E la vedo, di nuovo. Ma io non riesco a muovermi.

—-

Decidere. Si tratta di decidere che fare. Io vado per le montagne, mamma, con gli altri. Non torno al fronte. Adesso combatto la mia, di guerra. Adesso basta. I tedeschi se ne devono andare. Tu non mi hai visto mai. Se te lo dovessero chiedere, tu non mi hai mai visto tornare.

—-

Cosa faccio? Lui mi parla e io non capisco. Non capisco cosa mi dice. Chiude gli occhi, piange. Li apre, piange e mi guarda. Li chiude, adesso. E piange ancora. Io, sarà l’ossigeno, troppo ossigeno a respirare così, io adesso lo sento anch’io il dolore della sua gamba, come se fosse la mia. Sento le sue lacrime calde come se rigassero le mie, di guance. Ah, no, è perché piango anch’io, adesso. Mi avvicino, piangiamo tutti e due. E le nostre lacrime sono proprio uguali. Calde e salate. Le mie giù nel mio vecchio viso pieno di rughe, e dolore. Le sue nel suo giovane viso pieno di graffi, e dolore. Adesso ti porto via con me. Ti metto nella stalla. Ti curo quella gamba. Ti curo quelle ferite. Ti fermo le tue lacrime, che magari quando si fermano le tue, si fermano anche le mie.

—-

Mio fratello è tornato a prendere le armi. Sono stato bravo, sono piccolo, ma sono stato bravo. A morte, maledetti tedeschi. Portami con te. “No, sei piccolo, e devi badare alla mamma. Dille di smetterla di respirare così, che poi sviene nel campo”. Portami con te. “No. Mi devi aiutare qui. Tu sei forte e coraggioso. Li sterminiamo, quei maledetti. E se ne andranno. E finirà, tutta questa merda. E tu mi devi aiutare qui. Torno tra una settimana. Fammi trovare quello che ti ho chiesto, ma stai attento a non farti vedere.”

—-

Lo guardo. Lo guardo che dorme. Non riesco a smettere di piangere. Io vedo le pallottole uscire dal suo fucile. Io vedo la sua bocca morsicare una bomba e vedo le sue mani che la lanciano lontano. Io vedo i suoi piedi stanchi. Io vedo la sua paura, io vedo la sua rabbia. Io vedo i suoi sogni e la sua ragazza che è ancora lì che lo aspetta. Io vedo le lacrime di sua madre che è ancora lì che lo aspetta. Io vedo che non vuole uccidere. Io vedo che non vuole morire.

—-

– mamma! ma cosa…
– sssht! zitto.
– mamma, ma cosa stai facendo? Cosa-diavolo-stai-facendo?
– Zitto tu, zitto.
– mamma, perdio! è un tedesco, è il nemico, Cristo!
– No, tesoro. Zitto. Basta. Qui davanti io vedo solo un uomo.

—-

Io, bambina mia, non ho più parlato a mia madre, da quel giorno. Mi ha chiesto di non dire niente, mi ha chiesto di non ucciderlo, mi ha chiesto di lasciarlo andare. Abbiamo parlato, litigato, urlato. Noi lottavamo nelle montagne, per cacciare i tedeschi. Ne fucilavano dieci dei nostri, se ne trovavano uno morto dei loro. Ed erano il nostro nemico. Come poteva, mia madre, sapendomi nelle montagne a combattere contro di loro, a rischiare la vita, sapendo che tutta la famiglia, persino mio fratello piccolo, era impegnata in quella guerra nella guerra, come poteva curarne uno nella nostra stalla, di nascosto? Come poteva tradirmi così?

Per anni ho pensato che quella sua strana abitudine di respirare a pieni polmoni nel campo, quando non la faceva svenire, le mandava letteralmente di volta il cervello.
Adesso sono vecchio. E adesso, solo adesso, capisco cosa ha fatto la tua bisnonna in quei giorni.

Lei ha salvato un uomo.

[glistupidipensieri]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

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