Ventiquattro a Febbraio

di chamberlain “Andrea Vigani”

“C’è silenzio adesso, capitano.”
“Sì.”
“E ora? Cosa facciamo?”
“Aspettiamo che faccia buio.”
“Quanti erano?”
“Cinque. Al massimo sei.”
“Come lo sai, capitano?”
“Due sparavano dalla valle, lungo il fiume, tre o quattro erano sul monte, appena sotto la cresta.”
“Erano tedeschi?”
“Sì.”
“Ma non se n’erano andati?”
“Si vede che li abbiamo tagliati fuori, gli altri se ne sono andati cinque giorni fa.”
“Come lo sai?”
“Bon, adesso hai rotto i coglioni, abbassa la voce, siediti dietro quel muro e, perdio, smettila di chiamarmi capitan..”
Jordan non fece in tempo a finire la frase che nella vallata si sentì uno scoppio secco. Gianni si lanciò verso il muro di pietra che dalla malga correva lungo la mulattiera, appoggiò la schiena alle pietre sconnesse e strinse le mani sul fucile, pronto a saltar su e a mettersi a sparare se i tedeschi fossero saliti fino alla strada. Jordan era vicino alla malga, a una ventina di metri, con il fianco esposto a valle. Ficcò una mano in tasca, tirò fuori la pistola e saltò, si divorò i metri che lo separavano da Gianni sparando verso il fiume, e tenendo il fucile saldo dietro la schiena.
“Porca troia”, smadonnò, quindi si tuffò verso Gianni gridando “spostati mona!”, e rovinandogli addosso. Si ritrovarono in terra, avvinghiati come due rami secchi, e rimasero in silenzio ad ascoltare i rumori della collina che si intrecciavano con il loro respiro, cercando di capire dove fossero finiti i tedeschi.

Si sentiva solo la pioggia che batteva le foglie.
“Capitano, ma come respira un tedesco?” chiese Gianni.
“Come vuoi che respiri, mona, respira come noi, aria dentro” gli disse Jordan gonfiandosi come un rospo, “aria fuori.”
Gianni era spaventato, era la prima volta che gli tiravano addosso e, a dirla tutta, era la prima volta che si trovava con un fucile in mano per sparare a qualcuno.
Si era preparato all’idea di doverlo usare, ma non aveva considerato che potessero cominciare a sparargli nel culo a tradimento.
Jordan era il più anziano della brigata e preferiva muoversi da solo, preceduto dalla sua fama e armato del suo nome. Gianni c’era rimasto quando il capitano Jordan, la leggenda degli Euganei, aveva chiesto proprio a lui, il più giovane e il più mona della banda, di accompagnarlo in paese per incontrare i ragazzi che volevano salire in collina.
I compagni gli dicevano che era stato scelto perché al capo era simpatico e perché era un buon tiratore, e poi serviva qualcuno che spiegasse ai ragazzini cosa volesse dire stare in collina. Ma aveva capito che la verità era un’altra: se c’era uno che poteva essere sacrificato, quello era lui. Gianni tremava.
“E adesso cosa facciamo?”
“Aspettiamo che se ne vadano.”
“E i ragazzi? Se non ci vedono arrivare manderanno qualcuno a cercare.”
“I ragazzi aspetteranno, mica vanno a morose.”
“Ma perché vogliono venire con noi?”
“Per lo stesso motivo per cui tu sei qui con me, mona.”
Jordan si mise a frugare una tasca, tirò fuori un pacchetto di sigarette e ne trovò una che sembrava meno fradicia delle altre. Si vedeva che Dio lo teneva d’occhio, perché i cerini erano asciutti. Ne strofinò uno, si accese la paglia e mi disse:
“Prima di finire sui monti lavoravo nella sartoria dei miei, non eravamo ricchi, però stavamo bene. Studiavo, leggevo libri, vedevo le ragazze. La cosa più pericolosa che facevo era uscire con la figlia del fornaio, e farmi inseguire per tutto il paese con la pala. E adesso sono qui a combattere, senza sapere se passerò l’inverno, e sai perché ci son finito? Perché non ne potevo più. I fascisti ci hanno rubato il negozio, l’hanno bruciato, hanno picchiato mia madre una sera che mio padre era fuori. Lo hanno fatto a tanta gente al mio paese, a tutti quelli che gli hanno detto no, che non ne volevano sapere. Io queste cose non le posso più vedere. Non so se ci arrivo a primavera, ma quello che so è che se vinciamo sarà meglio di com’è adesso.”

Jordan parlava tra una boccata e l’altra, ma continuava a tenere l’orecchio teso verso la valle.
“Sai cosa mi fa incazzare, quello per cui li attaccherei tutti al muro?”
“No” disse Gianni.
“La cosa più lurida che hanno fatto è che ci hanno diviso, hanno portato l’odio in paese. Ci hanno messo su due treni che si scontrano, e chi riesce a buttarsi per primo sopravvive. Al mio paese sono quasi tutti fascisti, qualcuno era nero anche prima, qualcuno lo è diventato. Poi ci sono quelli che non hanno detto niente per non perdere il lavoro. Io ho capito solo una cosa, di questa guerra, che non è una cosa tra buoni e cattivi, questa è una cosa tra chi sta dalla parte giusta e chi sta da quella sbagliata, e sono sicuro che i nazisti, i fascisti, non possono essere la parte giusta, perdio.”
“Ma te come fai a dire che siamo dalla parte giusta? Se domani la guerra finisce e vincono i tedeschi, e quelli mettono su ancora i fascisti?”
“Non dire cagate Tonini, i tedeschi non vinceranno mai, e poi non è che sei dalla parte giusta secondo chi vince la guerra. Non li devi ascoltare quelli che ti dicono che, in fondo, siamo tutti figli di puttana, perché in guerra non funziona così. Magari non diventeremo degli eroi, ma quando muoio, sulla lapide io voglio che lo scrivano, che ero dalla parte giusta. La gente non si dimentica di certe cose.”
Jordan si toccava la tempia che iniziava a dolergli, chiuse gli occhi, fece l’ultima tirata di paglia e si sentì assalire da una strana malinconia. Si aggrappò al fucile, caricò il peso prima sulle gambe, poi sulle ginocchia e infine sui piedi, si alzò e si girò verso Gianni. Aveva le lacrime agli occhi.
“Cos’hai da piangere?”
“Me lo giuri che serve a qualcosa?”
“Ma cosa vuoi che ti giuri?”
“Mi devi giurare che serve a qualcosa, quello che facciamo, perché io ho paura.”
“Diobono, tutti a me i me capita i mona. Cosa vuoi che ti dica? Te lo giuro, ma adesso smettila di piangere e abbassa quella voce, che ci vengono a prendere”.
Jordan appoggiò la mano sulla spalla di Gianni, e lo guardò negli occhi fino a quando, inavvertitamente, quella strana malinconia, così come era comparsa, strisciò via.
“In piedi”, disse, e Gianni si alzò.

***

Il muretto stava ancora lì, immobile, dopo sessantacinque anni.
Ne avrò sentito parlare un centinaio di volte di quel muretto, ogni Santo Natale, Santa Pasqua, compleanno, anniversario, festa comandata che la madonna ha spedito su questa terra. La battaglia delle malghe, la chiamava mio nonno, quella in cui lui e Gianni avevano tenuto testa a sette soldati tedeschi per dieci ore, fino a quando non erano arrivati i rinforzi dal paese e i tedeschi erano finiti kaputt. Tutti.
I crucchi potevano diventare anche dieci, dodici, a seconda del numero di parenti e dei bicchieri di vino, ma mai meno di sette.
Mio nonno si chiama Carlo e ha ottantanove anni, da quando la nonna è morta, quattordici anni fa, mangia sempre da solo.
Il muro l’avevo visto che avevo cinque anni, poi ricordo solo le sue timide richieste di poterlo rivedere e le promesse mancate di mio padre.
Non capivo perché questa volta l’avesse chiesto a me, ma ce lo portai.
La vecchia mulattiera era diventata una carrabile decente, e in mezz’ora di macchina eravamo alla malga. Ci fermammo davanti al muro, scalcagnato come doveva essere sempre stato. Mio nonno mi fece vedere i fori dei proiettili, poi disse:
“Lo so che pensi che io sia andato con la testa, ma non è così. E non sto nemmeno morendo di qualche malattia, sono solo incazzato.”
Quella figura secca e sottile, che sembrava dovesse cadere in terra al primo refolo di vento, che fino a cinque minuti prima era senza ombra di dubbio mio nonno, adesso era trasfigurata in qualcosa di diverso, una figura imponente e severa, un uomo che non avevo mai conosciuto prima, se non dai suoi racconti.
Adesso il capitano Jordan fissava il muretto.
“Tuo padre è un idiota, per quelli come lui siamo assassini, i comunisti che volevamo mettere i baffi di Stalin sui portoni delle chiese. Io sono sceso dalle colline che ero un patriota, questo ricordo. La memoria è l’unica cosa che posso darti, sei giovane, devi promettere che ti ricorderai di me.”
“Ma certo nonno che mi ricorderò di te, come potrei..”
“Non fare il mona e stammi a sentire, voglio che ti ricordi chi ero, quello che ho fatto, voglio che lo racconti ai tuoi amici, voglio che gli racconti dei compagni, delle colline, voglio che racconti di Gianni, della malga e di questo muro. Siamo sopravvissuti alla fame, al freddo e alla guerra, ma rischiamo di non sopravvivere a tutta questa confusione. Voi avete la fortuna di non dover combattere una guerra, dovete solo fare in modo che non ne serva un’altra per sistemare le cose.”

Mi spaventai, guardai mio nonno e vidi contrarsi i tratti del viso, era paonazzo e muoveva le mani come se cercasse di afferrare qualcosa.
“Vieni qui” disse. Il tono adesso era cambiato. Non so come, ma pronunciando quelle parole sembrava aver pescato da qualche parte, in quel corpo rinsecchito e malandato, che un tempo era stato il corpo di un soldato, un’ultima scheggia di resistenza, e si era messo in piedi davanti al muro, in corrispondenza di un albero, una betulla, che non avevo notato al nostro arrivo.
“Avvicinati” mi disse, “quanti anni hai adesso?”
“Ventiquattro a febbraio” gli risposi.
Mi cinse il braccio con la mano per trascinarmi verso di lui, ma era una presa talmente debole che, se non avessi fatto un passo, saremmo potuti rimanere per delle ore in quella posizione. Io fermo, lui che tenta di tirarmi a sé con quella presa di carta.
Mi avvicinai e mi indicò dei segni sulla corteccia bianca.
Si alzò un filo di vento e cominciai a sentire freddo. Mi avvicinai al tronco e mi sforzai di interpretare i piccoli caratteri irregolari. Non so come, ma improvvisamente un peso immane, inimmaginabile, scese sulle mie spalle, il peso di una vecchia scritta malamente incisa sulla corteccia di un albero, vicino a un muretto scalcagnato, che diceva:

Giovanni Tonini
23 anni patriota

Rimanemmo in silenzio ascoltando il vento, poi guardai mio nonno e gli presi la mano.
Ci allontanammo insieme, camminando lentamente lungo il sentiero, lasciandoci dietro le spalle la malga, il muretto e quella scritta, mentre sentivo qualcosa di caldo scivolarmi lungo le guance; provai una sensazione strana sotto lo sterno, come se un artiglio si fosse conficcato in un punto imprecisato, tra lo stomaco e il cuore.
Mio nonno sfilò la sua mano dalla mia, mi guardò e disse:
“E smettila di piangere, mona.”

[la versione di chamberlain]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Ventiquattro a Febbraio

  1. Pingback: Tweets that mention Ventiquattro a Febbraio | Schegge di Liberazione -- Topsy.com

  2. Fabio ha detto:

    Ho finito ora di leggerlo e, da solo mi sto dicendo “smettila di piangere, mona.”

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