Ventiquattro a Febbraio

di Andrea Vigani “chamberlain”

Il Natale del 2009 fu indimenticabile per alcuni membri della famiglia Gobetti.
Fu il Natale in cui il nonno inseguì mio padre intorno al tavolo con il bastone di palissandro, accusandolo di essersi venduto il futuro di questo paese per un paio di tette, e fu il Natale in cui mi mi raccontò una storia e mi fece fare una promessa.
Gianni aveva un albero. Era un albero bellissimo, con la corteccia bianca e un numero di foglie proporzionato e armonico. Il giorno in cui gli hanno sparato, Gianni aveva ventitré anni.
Non avevo mai capito queste storie che il nonno raccontava, storie di guerra e di soldati sulle colline; aveva combattuto e aveva sparato, forse aveva anche ucciso, però io finivo sempre per chiedere quanto fosse grande il fucile e quante pallottole tenesse un caricatore.
Ma lui non si stancava, continuava a raccontare. La memoria, ci diceva, è tutto quello che vi posso dare.
Lo chiamavano “capitano Jordan” sulle colline, era la leggenda degli Euganei, e girava sempre da solo, preceduto dalla fama e armato del suo nome.
Lui raccontava sempre la stessa storia, ogni Santo Natale, Santa Pasqua, compleanno, anniversario, ogni santa festa che la madonna mandava in terra. La battaglia delle malghe, come la chiamava, quella in cui lui e Gianni avevano tenuto testa a sette soldati tedeschi per dieci ore, fino a quando non erano arrivati i rinforzi dal paese, e i tedeschi erano finiti kaputt. Tutti. I tedeschi potevano diventare anche dieci o dodici, a seconda della festività e dei bicchieri di vino, ma mai meno di sette.
Mio nonno si chiama Carlo e ha ottantanove anni. Da quando la nonna è morta, quattordici anni fa, ha sempre mangiato da solo, e non è uscito quasi mai. Ma non perché non ci sia più con la testa, è solo che non se la sente, dice.

Il famoso giorno di Natale, quello in cui mio padre riuscì a darsi alla fuga, il nonno mi chiese di accompagnarlo alla malga, per vedere l’albero di Gianni. L’avevo visto che avevo cinque anni, poi ricordo solo le sue timide richieste di poterlo rivedere e le promesse mancate di mio padre di accompagnarlo per un’ultima volta.
L’albero di Gianni era bellissimo anche d’inverno, nonostante fosse spoglio. Aveva il giusto numero di rami, un tronco forte ma elegante. Una volta arrivati, prima di ascoltare per la centesima volta la storia della battaglia, gli chiesi perché mai avesse inseguito mio padre con il bastone.
“Sono sceso dalle montagne nel fiore dei miei anni, che pensavo di essere un patriota, adesso sono vecchio e sono un assassino; quelli come tuo padre mi dicono che ero un comunista, uno che voleva i baffi di Stalin sui portoni delle chiese. Mi sembrava tutto così semplice. Non eravamo i buoni contro i cattivi, ma c’erano una parte giusta e una sbagliata, e noi eravamo quelli che stavano dalla parte giusta, perdio. C’era un solo posto in cui stare, e quel posto non poteva mica essere con i tedeschi. Tuo padre non capisce, non si è accorto che gli hanno portato via da sotto il naso tutto quello che era, mentre guardava la televisione. Tu sei giovane, non devi combattere, non devi scegliere da che parte stare, devi solo impedire che serva una guerra per sistemare le cose, cerca almeno tu di ricordare” disse con il respiro che si faceva sempre più corto e con le guance arrossate dal freddo.
“Vieni qui”.
Il tono della voce era cambiato. Non so come, ma pronunciando quelle parole sembrava aver pescato da qualche parte, in quel corpo rinsecchito e malandato, che un tempo era stato il corpo di un soldato, un’ultima scheggia di resistenza. Si era messo in piedi davanti all’albero bianco di Gianni. Dritto e solenne. Adesso era il capitano Jordan.
“Avvicinati”, mi disse.
Mi cinse il braccio con la mano per trascinarmi verso di lui, ma era una presa talmente debole che se non avessi fatto un passo, saremmo potuti rimanere per delle ore in quella posizione.
Io fermo, lui che tenta di tirarmi a sé con quella presa di carta.
Mi avvicinai e mi indicò dei segni sulla corteccia bianca dell’albero di Gianni.
“Quanti anni hai adesso?” mi chiese.
“Ventiquattro a febbraio” risposi.
Si alzò un vento gelido, e cominciai a sentire freddo. Mi avvicinai al tronco e mi sforzai di interpretare quei caratteri, minuscoli e irregolari, che lentamente assumevano contorni definiti. E non so come, ma improvvisamente un peso immane, inimmaginabile, discese sulle mie spalle, il peso di una vecchia scritta, malamente incisa su un albero, vicino a un muretto scalcagnato, che diceva:

Tonini Giovanni
23 anni patriota

“Voglio che ti ricordi di lui, voglio che lo racconti ai tuoi amici; voglio che racconti di tuo nonno e dei suoi compagni, quelli che stavano sulle colline, quelli che sono morti. Siamo sopravvissuti alla montagna, alla fame, al freddo e alla guerra, rischiamo di non sopravvivere a tutta questa confusione”.
Mio nonno sfilò la sua mano dalla mia, mi guardò, e sorrise.
“Me lo prometti?” mi chiese.
“Te lo prometto” risposi.
Restammo in silenzio ad ascoltare il vento, poi ci allontanammo camminando lenti lungo il sentiero, lasciando dietro le spalle la malga, l’albero e quella scritta. Sentivo qualcosa di caldo scivolare lungo le guance; una sensazione strana mi strinse il petto, proprio sotto lo sterno, come se un artiglio si fosse conficcato in un punto imprecisato, tra lo stomaco e il cuore.
Il Natale del 2009 fu un Natale indimenticabile, per alcuni membri della famiglia Gobetti.

[la versione di chamberlain]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...