Rosa, detta Gilda

di Paola Zapparoli “Melidissa”

Uscito dalla vecchia stazione, sentii subito la stretta della malinconia nel vedere quante cose  erano cambiate in quel paesino dove avevo fatto l’obiettore.
Erano passati sei anni, tre mesi e diciannove giorni.
Pensai sorridendo agli anziani di cui mi occupavo, e mi guardai intorno come se potessi vederne qualcuno.
Ma sapevo che non c’erano più, e mi sentii stanco e in colpa.
Il cimitero mi sembrò più vivo delle strade, e li ritrovai tutti lì, sorridenti tra i cipressi, a riposare ai piedi delle loro colline.
Dovetti passare più volte tra le righe sbilenche delle tombe per trovarla.
Gilda, nella foto era giovane e spensierata.
Sostituii i fiori secchi nel vaso incrostato con le margherite che le avevo portato.
Era morta da quasi due anni, ma io lo sapevo da poco. Dalla fine del servizio civile avevo pensato migliaia di volte di tornare al paese, ma non l’avevo mai fatto. Poi ad un concerto avevo rivisto Simone, che era stato obiettore con me.
Era stato lui a dirmi di Gilda. Dovevo aspettarmelo, dopotutto, ma mi sentii triste e stupido per non essere andato a trovarla in tempo.
Sistemandole i fiori mi sembrava di sentirla ‘Sei in ritardo, moretto’, come quando andavo a  portarle la spesa.
Abitava in una casa vecchia e grande sul clivo e per giungere lassù c’era una stradina che partiva dal retro della chiesa; era ripidissima, ma di questo nessuno mi aveva avvertito. La prima volta partii con la biciclettina che avevamo in dotazione, cercai di inerpicarmi lungo la salita pedalando come un matto, e pochissimo c’era mancato perché non ruzzolassi giù. Proseguii poi a piedi, una mano sul manubrio e una sulla borsa della spesa, rimasta costantemente in pericolo.
Arrivato boccheggiante allo spiazzo antistante la casa, fui circondato da un gruppo abbaiante di cagnolini. Dopo un po’ uscì una signora canuta piccolissima, trascinandosi la gamba destra sulla polvere del cortile. Guardò la bicicletta, poi la mia faccia sudata, ed infine la borsa della spesa. ‘Sei il ragazzo nuovo?’ mi chiese brusca nel dialetto strettissimo di quelle parti. Prima che rispondessi, fece allontanare i cani e rientrò in casa senza dirmi niente,  e io la seguii con la borsa e un bel po’ di soggezione.
Si vedeva lontano un miglio che non amava dare molta confidenza, però  quella signora diffidente mi era piaciuta da subito; sentivo che presto avrebbe ceduto. E così fu in poco tempo diventò gentile e sorridente, anche se non amava parlare molto. Sapevo il suo nome, Rosa, la sua età, 81 anni, e che viveva lì da sola perché non aveva più parenti. Sua sorella,  che aveva condiviso quella casa con lei, era morta qualche anno prima; nessuna delle due era mai stata sposata e così non c’era  alcun figlio o nipote che andasse a trovarla.
Da subito avevo pensato che ci fosse qualcosa di terribile nella sua storia;  la pelle delle sue braccia era completamente rovinata da quelle che sembravano bruciature.
Non avevo coraggio di chiederle cosa le fosse successo, e lei non ne parlava mai.
Si divertiva molto a sentirmi raccontare degli altri vecchietti della zona; io condivo un po’ le storie e lei rideva. Aveva un bel sorriso, e degli occhi strani, ora luminosi da ragazzina, ora un po’ spenti come se non vedessero.
Qualche volta si fermava per uno spasmo di dolore ma non voleva mai dirmi cosa avesse; ‘è già passato’ diceva, sorridendo per convincermi.
‘Eri forte’ le dissi, accovacciato davanti al blocco di granito. Una parte della lapide rifletteva la luce del sole mentre il resto della tomba era protetto dall’ombra del cipresso più grande. Avevano scelto un bel posto per lei e ogni tanto si ricordavano di andarla a trovare, a giudicare dalla corona di alloro secco posta sulla tomba, forse per il 25 Aprile.
Ricordai con un brivido un mattino d’estate in cui ero andato da lei;  faceva molto caldo, ma il tempo stava cambiando e nuvole scure dominavano l’orizzonte. C’era quell’atmosfera elettrica di certi giorni torridi, e Rosa sembrava soffrirla molto. Mi versò del tè freddo e si mise a lavare l’insalata che aveva raccolto dall’orto. Si sentì un rumore in lontananza, un tuono o forse un trattore. O meglio, lei lo sentì, io non ci avevo fatto caso. ‘Cos’era?’ mi chiese con gli occhi spalancati. Guardò dalla finestra ed era agitata.
Poi lo sentimmo di nuovo; Rosa sembrava sempre più impaurita, ma immaginavo che non fosse il temporale a spaventarla. La terza volta in cui il rumore riecheggiò, ora più vicino, Rosa mollò l’insalata nel lavandino e si allontanò con le mani bagnate urlandomi di spegnere la luce. C’era ancora il sole, e la luce non era accesa; ma quello che mi sconvolse di più fu vedere i suoi occhi atterriti.  Continuava a dirmi in dialetto ‘Spegni la luce! È Pippo! Andiamo di là!’. Mi avvicinai per cercare di calmarla, ma dopo un attimo, come in un sussulto, lei si fermò e tirò un lungo sospiro. Si lasciò andare su una sedia, sorridendomi tristemente. Le chiesi spaventato volte cosa stesse succedendo, ma non volle dirmelo. Mi rassicurò continuando a ripetermi che si era solo sbagliata. Poi mi disse ‘Va, moretto, che è tardi’ e furono inutili le mie insistenze per rimanere.
Mi sembrò opportuno parlarne con qualcuno e scoprii tutto quello che c’era da scoprire.
Rosa a volte perdeva l‘orientamento e tornava indietro di diversi anni. Pippo era il nome con cui le persone comuni indicavano il bombardiere che, solitamente di notte, presidiava il cielo durante la seconda guerra mondiale. Io, che avevo perso i nonni quand’ero piccolo, non lo sapevo proprio. Dove c’era una luce, Pippo colpiva, perché dove c’era luce c’era un covo di tedeschi. E così la gente correva a spegnere anche la più piccola candela, pregando che il rumore passasse sopra la casa lasciandola indenne.
Pensai a quale coraggio servisse, a vivere durante la guerra. A cosa significasse avere ogni minuto paura.  Pensai che io non avrei mai avuto tutta quella forza.
E tu, Gilda, quanta forza avevi dentro quel corpicino? Pur segnato a vita, quel fisico malandato aveva resistito per tutti quegli anni senza cedere, senza appoggiarsi a nessuno, senza distruggersi sotto il peso dei ricordi.
Iniziava a mancarmi il respiro, così salutai Gilda e gli altri e uscii dal cimitero. Vagai per il paese come un reduce. Mi sentivo davvero male, come se il funerale fosse appena terminato.
Avrei voluto conoscere la Gilda giovane, quella piccola fanciulla che non rifiutava mai un invito a ballare. Era vivace e corteggiata, un tempo, ma l’allegria, quella l’aveva persa del tutto in un terribile giorno di novembre.
 
L’umidità è insopportabile oggi. La stufa arde da stamattina presto, ma mani e piedi non vogliono saperne di intiepidirsi. Quei sessanta chilometri percorsi ieri con la bicicletta in mezzo alla nebbia hanno lasciato il freddo dentro le ossa. Maria non c’è, in questi giorni, poiché una parente ha appena partorito ed ha bisogno di lei. Sembra strano non scorgerla alla finestra ad aspettare di vedere arrivare la bici, per poi scappare in cucina e fingersi indaffarata. Ha paura, Maria, che un giorno la bici non torni più. Ma Rosa, la staffetta Gilda, ha dei compiti importanti da portare a termine; compiti che possono salvare la vita di molte persone.
Vicino al suo orto c’è un uomo che non conosce, si sta avvicinando. Esce di corsa per chiedergli cosa vuole, ma sembra un brav’uomo. Si qualifica come partigiano e le spiega a quale brigata appartiene e perché ha bisogno di lei; sa troppe cose, non può essere un impostore. C’è un messaggio urgente da portare subito, e lui non può farlo perché, vede, ha la gamba azzoppata.

Gilda è stanca, ma parte. Forse ha anche la febbre, perché  si sente strana, e quel pezzetto di carta, identico a mille altri portati su e giù per la provincia, le sembra pesare come fosse di ferro.
Come fa tutte le volte che è stanca o che ha paura, canta nella testa le canzoncine che le piacciono di più, e immagina di ballare sotto la tettoia dei vicini con il suo vestito lillà. Quando pedala con le sue gambe ormai forti, di solito pensa sempre a sua sorella; pensa al pericolo che corre in continuazione per amor suo e prega, prega che nessuno le faccia mai del male.
Quel giorno non pensa a Maria, perché Maria è al sicuro e anche il neonato tra le sue braccia lo è. Entrambe adorano i bambini; sono giovani, e il sogno di creare una bella famiglia non è ancora svanito.
La testa si fa sempre più pesante e le gambe fanno fatica a girare, e c’è questa strana sensazione di angoscia che non riesce a giustificarsi. Vede un cagnolino, per strada. Se ne sta disteso in modo strano, forse sta male, ma lei non ha tempo di fermarsi. Lo farò al ritorno, pensa.
E poi è una attimo, vedere, capire, ingoiare il foglietto e donare l’anima a Dio. È tutto finito.

 
Quattro mesi ti tennero prigioniera, Gilda mia. Mi venne un conato, e dovetti fermarmi un attimo e respirare. Non avevo più pensato a tutto questo per troppi anni.
Per quattro mesi ti hanno picchiata, violentata, torturata con un ferro da stiro incandescente. E non hai potuto dimenticare, mai, perché il loro ricordo era lì, su ogni angolo della tua pelle. È questo che mi sembra incredibile; non i quattro mesi in cui hai sopportato e non hai detto niente, perché tanto saresti morta tu, ma altri non sarebbero morti a causa tua. Ma gli anni che si sono susseguiti, in cui hai  trascorso una vita quasi ‘normale’. Non sei impazzita, Gilda, e non so come. Qualche vuoto di lucidità non ti è di certo bastato a dimenticare, e davvero avrei voluto per te che la mente ti lasciasse, e che diventassi una di quelle anziane che non sanno dove sono o come si chiamano.
Invece hai dovuto rimanere sempre presente a te stessa  e non basterebbero bastioni di corone d’alloro e medaglie per ripagarti del tradimento e dell’umiliazione della solitudine.
Pensavo a tutte queste cose, camminando in quel paesino che iniziava a starmi troppo stretto.
Arrivato alla chiesa passarono almeno dieci minuti prima che mi decidessi a imboccare quella stradina.
L’avevano asfaltata da poco, e salendo con fatica mi sentivo quasi in pellegrinaggio.
Arrivato nel cortile della casa, notai che non era cambiata molto. Mi aspettavo di vederla fatiscente come se fosse abbandonata da anni; non ci abitava nessuno, ma la tenevano in buono stato. Qualcuno continuava a curare l’orto.
Avevo pianto per tutta la salita, come un bambino, e pensavo che se Gilda fosse improvvisamente uscita e mi avesse visto, si sarebbe presa gioco di me.
Facendo il giro della casa vidi una targa, inchiodata al muro che dava verso l’orto. L’avevano messa in onore di quella donna della Resistenza. Sotto, qualcuno aveva attaccato una fotografia in bianco e nero un po’ rovinata: Rosa, detta Gilda, era giovane e forte e aveva braccia lisce e candide come quelle di una sposa.
Ballava, Gilda, calpestando la guerra e la viltà.

[zia p]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Rosa, detta Gilda

  1. Pingback: Le Schegge sono donne | Schegge di Liberazione

  2. Batchiara ha detto:

    Che bello, questo pezzo. Me l’ero perso e mi è capitato sotto gli occhi su tumblr, oggi.
    Grazie.

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