Liberazione

di Arsenio Montale “Arsenio”

“Che mi dite della Grazia?”
Se l’aspettavano questa domanda: se l’aspettava il ‘Rus’, col naso più rubizzo del vino che ingollava a litri nell’arco della giornata; se l’aspettava lo ‘Spasèta’, che aveva i capelli ispidi come le setole di una spatola; se l’aspettava il ‘Saunèta’ che quando c’era da offrire agli altri scivolava via verso l’uscita sgusciando rapido, mentre il ‘Ricòta’ no, non se l’aspettava quella domanda, ché da quando una bomba gli era caduta a mezzo metro, un giorno che era a Milano a vendere le galline alla borsa nera, s’era fatto bianco come il latte per la paura e tardo come un mulo nel capire le cose.
Se l’aspettavano tutti ma il suo parlare spedito li aveva storditi e non avevano più pensato che da un momento all’altro, lui se ne sarebbe uscito con una domanda sulla Grazia. Il Rus non trovò niente di meglio che affondare il naso nel bicchiere e sorseggiare il vino lentamente, il Saunèta era già scappato dall’osteria senza che se ne accorgesse alcuno, lo Spasèta si voltò a salutare il Nanni che era provvidenzialmente entrato in quel momento.
Fu il Ricòta allora a dire: ‘La Grazia? Quella che collaborava coi tedeschi? È andata via. Non sta più da queste parti.’

La Grazia non collaborava esattamente coi tedeschi, o forse sì. Ma questa è la guerra: chi ha ragione e chi ha torto, in una guerra, spesso lo si scopre alla fine, alla resa di uno dei due contendenti. Solo allora la ragione è dalla parte di chi ha vinto, il torto sul piatto della bilancia dello sconfitto.
La Grazia era la figlia della Teresa e di un padre ignoto. Dalla Teresa si andava per farsi cucire su misura il vestito della domenica, perché lei aveva lavorato da una delle sarte più importanti di Milano e del mestiere ne sapeva parecchio, tanto da bagnare il naso a tutte le donne del paese. Era divenuta vedova giovanissima, tre mesi dopo il matrimonio, così raccontavano le ben informate, ma se si domandava come fosse morto il marito si chiudevano in un silenzio ambiguo, tanto quanto le occhiatacce che lanciavano, quasi a dire: ‘È una mangia-uomini. Il marito l’ha fatto fuori lei.’

Ma gli uomini del paese -e di qualche paese vicino- non credevano affatto a questa storia e il vestito buono, quello di panno pesante, se lo facevano cucire dalla Teresa: prendi una misura oggi, prendine una domani, la Teresa aveva iniziato anche a rammendare i cuori di questi uomini che non sapevano resistere al suo profumo di ciliegia.
Quando il parroco battezzò la Grazia, quasi di nascosto, lontano dagli occhi delle pie donne che avrebbero cavato gli occhi alla Teresa, perché aveva traviato i loro mariti – così ingenui, loro – disse: ‘Questa è la figlia di tutto il paese’ e non c’era condanna nelle sue parole, tanto che si impegnò perché lei e la madre non finissero in un istituto.

Era stata la guerra a mettere in ginocchio la Grazia e la Teresa. La stoffa costava caro e la si trovava solo al mercato nero e per i fortunati con la tessera annonaria tutti i punti se li mangiavano le scarpe. Così le donne si tenevano strette i loro scampoli e se li cucivano da sole, e risistemavano maniche e colletti, e rigiravano cappotti per nascondere le parti più lise, e come si tenevano strette la stoffa, così tenevano stretti i mariti – quelli che erano rimasti, che la guerra non se li era portati via – chiudendoli in casa non appena scattava l’ora dell’oscuramento.
La Teresa non aveva nessuno da tenersi stretto ed un uomo avrebbe fatto molto comodo nelle lunghe sere d’inverno, quando l’umidità ti entra nelle ossa e ti raggrinzisce e il camino è sempre da alimentare, perché il legno si brucia subito e la casa è comunque troppo fredda.
Per non parlare del cibo, poi! Quanta fame in quei lunghi inverni! Persino le galline si rifiutavano a covar le uova ogni giorno; il latte scarseggiava e la farina per il pane, quando la si trovava, era la ricompensa del cielo per tutte le preghiere che diceva, ma aveva ben da consumarne di rosari per un misero pacco di farina bianca!
Sola e con figlia di padre ignoto a carico si era trovata pure senza tessera, chè il Podestà aveva brigato per fargliela togliere, dopo che le malelingue, da par loro, avevano già provvisto a levarle il buon nome.
“Se non per me, che sono una poco di buono, almeno per non far morire di fame la Grazia. Datemi almeno la razione per lei” aveva chiesto con dignitosa fermezza un giorno, sentendosi rispondere che, se proprio non fosse stata in
grado di mantenere quella ragazzina, avrebbe potuto farla lavorare come servetta nella casa di qualche papavero del partito a Milano, visto che ormai aveva diciassette anni.
“Mai! Mia figlia crescerà libera come me” aveva risposto.

Ma la libertà è un investimento costoso e la fame è implacabile.
La Teresa bussava alle case delle sue vecchie clienti e quelle rispondevano: “Ci spiace, ma non ce n’è nemmeno per noi.”
“Ma dove c’è per dieci, ci può essere anche per undici, basta allungare un po’. Non chiedo per me, ma almeno per la Grazia, che è tanto bella ma tanto deperita” rispondeva lei, ma a volte non faceva nemmeno in tempo a terminare la frase, che le porte si richiudevano violente in faccia. ‘Me la fanno pagare’ pensava, ma non demordeva.

La sera, quando la brace ormai sfrigolava piano e quel paio di locali in cui viveva si andavano raffreddando, pettinava i capelli della Grazia e si sfogava: “Questa guerra ci porterà alla tomba, e tu non ne hai colpa. Sarebbe meglio che una bomba cadesse su questa casa e mi spazzasse via, così tu saresti libera.”
“Ce la caveremo” rispondeva lei, ogni volta più deperita eppur più speranzosa della volta precedente. “La guerra non può continuare per sempre. Finirà e tutto tornerà come prima. E poi tornerà anche il Beppe”.

Il Beppe era cresciuto con la Grazia, nello stesso cortile, qualche porta più in là, e poiché aveva qualche anno in più di lei, sin da piccolo si era sentito investito del compito di protettore di quella bambina sfortunata senza un padre. Non che la Gianna – la madre del Beppe – fosse poi così contenta per quest’amicizia fraterna, ma a chi gliela faceva notare rispondeva che ‘erano cose da ragazzini’ e che, comunque lei, quella figlia di nessuno non l’avrebbe mai accettata in casa.
I due crescevano, e se la Teresa rivoltava i cuori dei poveri mariti del paese, rammendandoli con il filo invisibile dell’amore, la Grazia invece, col suo sorriso ingenuo e quegli occhi grandi che ci si poteva specchiare il mondo, su quello del Beppe ci aveva già fatto un bel ricamo col suo nome scritto in maiuscolo.
“Sono ragazzini” continuava a ripetere la Gianna, ma ormai il Beppe cresceva e la Grazia non era più una bambina e le donne del paese dicevano con biasimo: “Ecco, vedi, la Gianna! Si è tirata la zappa sui piedi da sola. Adesso chissà come farà a fargli cambiare idea, a quel figlio testardo”. Lo dicevano in realtà per interesse personale, perché anche loro avevano figlie da maritare ed il Beppe era più che un buon partito: non era ricchissimo, ma aveva un fisico di ferro – si raccontava di una sua esibizione con gli avanguardisti, premiata direttamente dal Duce a Milano – e questa per un uomo era la migliore dote.
Per fortuna della Gianna, la guerra aveva scombinato le carte. Il Beppe era stato chiamato alle armi, e lei con un occhio piangeva perché temeva di perdere ‘il suo bambino’ e con l’altro sorrideva perché il tempo avrebbe giocato a suo favore.
“Tornerò” aveva invece detto lui spavaldo alla Grazia. “In guerra muoiono solo quelli che partono col viso triste, ricordatelo. Chi ha una speranza, ritorna.”

Le speranze erano riaffiorate dopo il 25 luglio. Gino il rosso, che aveva ancora le budella rivoltate a causa dell’olio che gli avevano fatto bere, sospettato di essere in combutta coi socialisti, scese in strada bruciando il ritratto del Duce e la gente aveva ripreso a sorridere e a guardarsi in viso con l’aria di chi dice ‘ce l’abbiamo fatta’, e le donne erano tornate a sedersi sulla porta ad aspettare i ragazzi che tornavano, o i telegrammi che giungevano ed ogni volta era una festa o un dolore e, in quest’ultimo caso, si piangeva su quel pezzetto di carta giallina così come si sarebbe pianto su un corpo vero e proprio, chè spesso il corpo non sarebbe mai più tornato, coperto dalla neve e dal ghiaccio nella steppa russa.
Ma a tanta speranza seguì cupa rassegnazione e dolore. L’armistizio aveva incattivito i tedeschi, non più alleati ma occupatori del suolo patrio.
La Teresa però, donna sventurata, di uno dei loro si innamorò. Le malelingue dicevano che assomigliava ad una ‘cagna in calore’, ma a volte ci si innamora per non dover vivere soli e ci si innamora pure di ombre; quello invece era un uomo in carne ed ossa, ed anche lei voleva stringersi un uomo, come tutte le altre. Tanto più che ormai il Ninetto – il marito della Gianna – aveva smesso di lasciarle sul davanzale, di nascosto dalla moglie, le patate e il pane, avvolte in un foglio di giornale, per vincere la fame.
Più il tedesco la rassicurava dicendole che l’avrebbe portata un giorno con sé in Germania, più lei si aggrappava a quell’illusione.
A poco le importavano gli sguardi d’odio delle altre – non l’avevano sempre odiata? Che cosa era cambiato allora? – e sorrideva pensando a come si fossero risvegliate improvvisamente patriottiche quelle stesse donne che urlavano ‘Viva il Duce!’ alle feste del 28 ottobre, e che ora l’accusavano di tramare con il nemico.
La Grazia, invece, che aveva saputo dal Professore -un tale che era stato mandato in confino come pericoloso sovversivo, e di cui poi tutti a Roma si erano dimenticati, lasciandolo in quel paese come un pacco– che il Beppe aveva lasciato l’esercito regolare per aggregarsi con le bande dei resistenti, aveva deciso di darsi da fare come poteva. La sera indulgeva nel versare vino nel bicchiere dell’amico della madre e, una volta ubriacatolo, lo faceva parlare: sapeva sempre in anticipo di rastrellamenti e ricognizioni. Poi, al primo canto del gallo, correva a riferirlo al Professore, sfidando il freddo e la paura della notte. Infine, qualche mese più tardi, divenne una staffetta e il cuore le si strozzava sempre in gola alla vista dei posti di blocco dei tedeschi, ma comunque sapeva cosa avrebbe dovuto fare in caso di pericolo: mangiare il lembo di carta sul quale erano scritte le informazioni. Una volta fu costretta a farlo, ma per questo e per le vite che aveva salvato, nessuno le disse mai ‘grazie’.

Che la gratitudine non fosse di questo mondo, lo capì quando la guerra finì. La Teresa quasi impazzì quando intuì che il suo uomo se ne sarebbe andato via, in fretta e furia, e lei invece l’avrebbe lasciata lì, in quel cortile, chè portarsela dietro sarebbe stata una inutile zavorra.
“Ben le sta!” si dicevano le pie donne, le une alle altre, inorridite all’idea che quella fosse pure così sfrontata da reclamare un po’ di pietà e comprensione per un amore immorale e peccaminoso.
“Che bruci all’inferno!” continuavano le più agguerrite che avevano aspettato anni per potersi vendicare dei cuori dei mariti stregati da quella donna.
I mariti – quelli stregati – non osavano aprire bocca, chè si sa che gli uomini sono tanto bravi ad attaccar briga per una briscola giocata male, ma poi diventano docili agnellini impauriti quando le mogli alzano la voce. Ma fu la Grazia ad avere la peggio.
“Lei, lei!” urlavano incanaglite e la additavano come fosse una collaborazionista. La trascinarono per i capelli fuori di casa e la rasarono completamente: alla sfilata del primo maggio dovette attraversare il paese, deturpata nella sua bellezza e umiliata, come fosse un trofeo di guerra. Nessuno che l’avesse difesa: né il Professore, che se n’era andato alla chetichella per ritornare al suo paese, né le altre ragazze che avevano diviso con lei il pericolo nelle varie staffette.
La Grazia capì quel giorno, camminando tra la folla che la schermiva e che ora urlava ‘Viva il Re!’, e che solo qualche anno prima aveva urlato ‘Viva il Duce!’ e un anno dopo avrebbe urlato ‘Viva la Repubblica!’, che non ci sarebbe mai stato spazio nel mondo per una come lei, figlia di una donna libera e di un padre ignoto.

“Ma la Grazia, allora?” chiese di nuovo il Beppe, ma poi non ci pensò più perché l’oste gli portò il vino e tutti alzarono il bicchiere ed urlarono un bel brindisi, e le discussioni si accavallarono e si persero in rivoli di parole che lentamente si intorpidivano per effetto dell’alcool.
A rispondere, poi, ci sarebbe voluto un gran coraggio, perché si sa che nel paese tutti parlano, e le voci arrivano alle orecchie delle donne, e il matrimonio è sacro e inviolabile, e i panni sporchi si lavano in famiglia.
Il Rus aveva visto la Grazia una sera che si sentiva un po’ smarrito per via di un lavoro finito male e di soldi che mancavano in casa. E lei lo aveva consolato, parlandole con quella dolcezza che lui non aveva mai trovato in una donna.
Lo Spasèta l’aveva incontrata per caso, e gli sarebbe parso scortese non respirare quel fiato al sapore di fragola.
Anche il Saunèta aveva navigato più d’una volta in quegli occhi grandi che ci si poteva specchiare il mondo, e della Grazia un po’ si era innamorato. Il Ricota no, non l’aveva mai vista, ed ancora credeva fosse stata in combutta coi tedeschi.
Nessuno però disse nulla; né loro, che avevano una posizione da difendere, né quegli altri che, di tanto in tanto, marcavano visita alla mescita per improrogabili impegni nel paese vicino.
La Grazia viveva proprio nel paese vicino, farfalla notturna tra altre farfalle, a qualche chilometro dal cortile in cui era cresciuta e poco distante dal Beppe, in una casa di piacere, intenta a prendersi cura dei cuori di uomini troppo deboli per difenderla e troppo pavidi per salvarla.
Viveva là e continuava a rammendare cuori, come aveva fatto la Teresa, e amava la storia di ogni uomo che incontrava e lei stessa viveva nell’illusione d’essere amata, anche solo per qualche minuto. Sognava che qualcuno venisse a riscattarla, a lottare per la sua libertà, rischiando quanto lei aveva rischiato durante la guerra, ma tutti gli uomini a fine serata se ne andavano e la lasciavano sola in camera, a cambiare le lenzuola e a piangere appena, per non rovinare il trucco.

[Destinatario conosciuto]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

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