Anna

di Federico Pucci “Cratete”

Fino al giorno in cui cambiarono il cartellino sopra il citofono, ho sempre creduto che il nome di mia nonna fosse Anna. All’anagrafe, invece, era registrata come Annina Barani e dato che i nomi propri diminutivi non li ho mai capiti, mi sono convinto che i suoi genitori volessero evitare il palindromo, per superstizione. Una stupida superstizione, aggiungo, perché quello che può riavvolgersi conservando il suono e il senso è magico, mentre l’irreversibile è tragico come la vita.

Anna aveva poco meno di trent’anni quando cominciarono a cadere le bombe sopra Massa: accanto alla cooperativa alimentare in cui lavorava, a sinistra, c’era piazza Aranci, chiamata così perché circondata di alberi d’arancio, sotto la piazza un rifugio antiaereo, sopra i palazzi sfracellati intorno agli aranci. A Massa tutto ha un nome semplice e inequivocabile, come piazza Mazzini, che tutti chiamano piazza Mercurio per via di una statua del dio pagano. Ad ogni luogo un nome irreversibile, perché nessuno si confonda, Massa è fatta così, e per questo, credo, i Massesi danno ai propri figli nomi insoliti: Alberigo, Ilva. Settima era la sorella maggiore di Anna, opposte nel carattere e nella corporatura: minuta e sensibile Settima, robusta e incosciente Anna. Cominciarono a cadere le bombe e dopo poco arrivarono i tedeschi vestiti di nero e marrone – cagnacci, li si chiamava amichevolmente – e con loro gli sfollati dei dintorni, prima che i dintorni ospitassero gli sfollati di Massa. Settima li temeva come la morte, i cagnacci, quando bussavano alla loro porta per sequestrare le inesistenti riserve di olio e vino. Una volta si spaventò al punto da farsela addosso, così, dopo l’estate infame del ’44, Anna si convinse a lasciarla fuggire a Pistoia coi figlioli ancora piccoli sopra un camion che, a metà del percorso, in cima alla Garfagnana, abbandonò lei, i bimbetti e un’altra ventina di disgraziati, che si facessero il resto del viaggio a piedi. A quanto pare, oltre che migranti, siamo stati un popolo di scafisti.

Anche mio nonno Alberto aveva superato il fronte. Faceva il poliziotto, Alberto, perché sapeva leggere e scrivere ma aveva troppi fratelli per poter studiare, così fu mandato all’accademia militare a Roma dove imparò a battere a macchina e a sparare. Mio nonno era dattilografo in Questura e non sparava mai (i suoi colleghi temevano che il piombo gli rovinasse le agili dita), eppure i partigiani sui monti non lo volevano con loro, nonostante i buoni propositi di Alberto e di molti suoi colleghi dopo l’8 settembre, perché quegli uomini perseguitati dal regime la parola poliziotto la pronunciavano carceriere, senza possibilità di palindromi, e allora mio nonno, che se ne fregava del Duce e gli mancava la famiglia in Abruzzo e aveva paura delle bombe, prese la divisa e la pistola, le sotterrò, indossò abiti borghesi, e prese a camminare verso casa, dove l’aspettavano la mamma Carolina con le sue poesie scritte su carta velina e la zia Gina che aveva ricominciato a conservare il pomodoro nei vasetti di vetro. Lì le bombe non cadevano più, e Anna non riusciva a crederci. Nel 1944 Monteodorisio era l’altro capo del mondo: la guerra era quasi finita, il sole sorgeva dal mare e si coricava nei monti. E se provavi a leggerlo al contrario, Monteodorisio nel ’44 si trasformava in Massa nel ’44, dove il sole si alzava dalle Apuane per piangere lacrime rosse nel Tirreno: tutta un’altra storia, alla faccia dei palindromi.

Il potere cambia i nomi alle cose e concede di leggerle in una sola direzione: la fame fu chiamata tessera annonaria, e su in cooperativa ad Anna toccava amministrarla a colpi di cedola, le toccava recitare la parte del regime. Perfino agli alimenti era stato cambiato nome, numerandoli come in un campo di concentramento dell’appetito, perché le persone ne dimenticassero il sapore e non provassero nostalgia delle pance piene. Ciononostante, dopo che la città fu svuotata, a qualcuno spettò di portare il pane agli sfollati, che al contrario si leggono morti di fame: così, ogni mattina, scalando le straduzze che dal centro portano ad Altagnana, San Carlo, Canevara, fino alle cave di marmo statuario, Anna si trascinava a piedi qualche chilo di farina e segatura, mentre ai bordi della via crescevano incolti il piscialletto, il poverino, la cicoria e il mirtillo, con il loro profumo inattinto che al contrario si leggeva attenzione, campi minati. Ogni mattina su a sfidare i colpi di pistola, ed ogni sera giù verso casa con la borsa vuota e le cedole strappate, Anna guardava il tramonto ridondante della costa occidentale, simile a quello della Normandia, scendendo come i ciottoli di marmo verso il mare, fino a diventare sabbia e poi cemento, senza possibilità, alla fine, di tornare pietra lucida e bianca. Su e giù per le Apuane contese fra tedeschi e partigiani, con del pane schifoso conteso fra tedeschi e partigiani, anche loro affamati ma col vantaggio tattico delle armi, Anna faceva la sua guerra: cinquant’anni dopo l’ascoltavo giustificare l’attaccamento patologico alla sua poltrona di vimini con le parole ho camminato abbastanza.

[Cratete]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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