Spartaco

di Alessandro Levratti

Baldini Antonio, l’Antonin, per tutti Spartaco, aprì gli occhi che albeggiava appena. Guardò la luce filtrare tra gli scuri della finestra e pensò: “oggi ci vado”. Si alzò mezzo busto sul letto e sentì il solito dolore al costato. Fece una smorfia e passò la mano sui pochi capelli argentati. Diede una sbirciatina alla medaglia al valor militare. Scoreggiò.
Scese dal letto imprecando l’età. Bestemmiò la fatica, la vecchiaia e si diresse verso il bagno. Entrò e si andò a piazzare davanti al water. Calò i mutandoni sotto la canottiera. Guardò con sguardo miope e catarattico la tazza. Fece un getto tentennante e cominciò ad urinare. Scrollò con dovizia. E con fare tanto igienista quanto cieco si andò a collocare davanti allo specchio. Si guardò e si fece schifo. Allora spostò lo sguardo sul lavandino e vide la scatola. L’aprì. Tirò fuori la dentiera. La mise. Cominciò a parlare.
“Buon giorno Spartaco. Buon giorno Irma” farfugliò.
Un sorriso sardonico tagliò lo specchio,  si spense negli occhi. Un luccichio sfavillò lo sguardo. Una lacrima rigò il viso e lo zigomo si indurì. Tirò su col naso, si commosse e sputò. Uscì dal bagno zoppicando. Si diresse in camera. Prese i vestiti. Li indossò. Camicia, cravatta, giacca, cintura e pantaloni. Tornò in bagno, prese schiuma e lametta  e si fece la barba. Pettinò i pochi capelli irsuti, si mise il profumo. Tornò a guardarsi allo specchio e si fece meno schifo. Rimase lì per un po’. Poi uscì dal bagno e claudicò lungo il corridoio. Si fermò. Guardò una fotografia appesa alla parete. Fece un lungo, lunghissimo sospiro, e disse:
“Amore…” 
Pietrificò lo sguardo e aggiunse: “come sei bella Irma mia”. La fotografia illanguidì dalla parete.
“Amore…” disse ancora Spartaco. “Oggi vado. Oggi ci vado alla Festa della Liberazione. Te ti hanno ammazzato un giorno prima e sei rimasta così: bella, giovane, sorridente. Io son diventato un povero vecchio, una povera carcassa del tempo.” Serrò le labbra, strinse gli occhi ed uscì di casa.
Si diresse in centro, verso la piazza. Arrivò che i comizi erano già cominciati. Si fece avanti zoppicando col bastone. Qualcuno lo salutò. “Guarda Spartaco” sentì dire da un crocchio di gente, “erano anni che non si vedeva in giro”. Spartaco scandagliò la folla e pensò che fosse una folla di vecchi. Scrutò i confaloni, le bandiere, gli stendardi. Ascoltò qualche spezzone di comizio con la solita retorica repubblicana, la solita anemia emotiva. Pensò ad Irma e si disse che si, se ci fosse stata lei, avrebbe avuto il coraggio di resistere. Avrebbe lottato ancora. Si sarebbe scontrato contro quel dolore che gli lancinava il petto. E avrebbe combattuto come aveva sempre fatto. Contro i lacchè, i traditori, i giuda, i padroni, i servi e il suo dolore. Ma Irma non c’era. Irma l’avevano torturata e uccisa. E non rimaneva che una fotografia. E una bara, qualche fiore, un sacco di parole.
 
Stava per avviarsi fuori dalla piazza quando una voce, da dietro, lo chiamò.
“Nonno!” sentì dire.
Si voltò e vide suo nipote.
“Alessandro…!” esclamò inumidendo gli occhi.
“Che ci fai qui?” chiese Alessandro abbracciandolo d’impeto.
“Son venuto alla festa della Liberazione. Oggi è il 25 Aprile” rispose Spartaco piuttosto laconico. E fingendo un’attempata e succinta noncuranza, aggiunse : “E tu?”.
Il ragazzo bofonchiò svagato: “Io sono a fare un giro con la mia ragazza…”.
Allora Spartaco si accorse che, di fianco a suo nipote, lo guardava sorridente una ragazza nera, giovane, bella, probabilmente innamorata. Una ragazza africana dagli occhi grandi, espressivi, potenti.
“Piacere Amel…” disse la ragazza porgendo una mano affusolata.
“Piacere Spartaco…” rispose il vecchio stringendole la mano.
“La mia ragazza…” disse Alessandro con voce imbarazzata.
Rimaserò tutti e tre anchilosati, incapaci di dire nulla. Poi Amel spezzò il silenzio e chiese: “Ma perché è la Festa della Liberazione?”.
Spartaco passò una mano sopra la testa e inarcò il sopraciglio. Pensò: chiedilo al tuo moroso. Ma sentì inevitabile il dovere della testimonianza e chiese:
“Hai mai visto Spartaco?”.
Amel fece uno sguardo interrogativo.
“Gran film. Gran maschio lui, una gran femmina lei. E grande regia. Hai presente il finale?”.
Amel sorrise incapace di capire il senso. Alessandro scurì l’espressione.
“Lui, schiavo, muore sulla croce dopo aver combattuto contro i romani per la libertà. Come Cristo. Lei, sotto la croce, vedendolo morire gli porge il figlio e gli dice: “Spartaco, tu morrai, ma lui, tuo figlio, vivrà nella libertà”.
Amel spense il sorriso e guardò la folla, i confaloni, le bandiere, gli stendardi.
“Non l’ho visto ma lo guarderò” disse poco dopo, tornando a squadrare gli occhi catarattici del vecchio.
“È un paese per vecchi” si limitò ad aggiungere  l’anziano partigiano seguendo con lo sguardo il rimirare della ragazza nella piazza.
Alessandro ebbe paura che il nonno cominciasse con uno di quei sermoni retorici e astiosi e polemici con cui, ogni domenica, macerava il pranzo di famiglia in insulti ed invettive ingiuriose. E così, cingendo Amel in quella postura da coppia che tutti gli esseri umani palesano innamorati, interruppe la conversazione e disse:
-Bè, nonno…noi continueremmo a fare shopping…-.
-Certo…- mugugnò il vecchio  -…mica dovete andare a morire voi altri…-.
Ci fu un breve e gelido silenzio, poi Amel, porgendo nuovamente la mano, spezzò l’imbarazzo del loro ineffabile mutismo e disse:
-Arrivederla signor Spartaco…-.
-Signorina, e chi può dirlo…- rispose il vecchio crudelmente, in una voce che non lasciava trasparire nessuna particolare inflessione emotiva.
Alessandro baciò il nonno, prese per la mano la ragazza e si avviò lungo il portico.
-È vecchio e con una tristissima storia alle spalle…- sentì  dire da suo nipote mentre, tra vetrine, manichini, tacchi, ciondoli, orecchini, ciprie e profumi, lo fissava, in tutto il suo splendore contemporaneo,  allontanarsi nel flusso ininterrotto della folla anonima e insondabile.
 
La spianata stava lì, davanti a lui, mentre un leggero vento primaverile gli scompigliava i capelli argentati. Teneva con la mano destra un vecchio badile che gli dava un’aria affranta, contadina, atavica e interiore. Osservava un punto preciso che inseguiva con gli occhi in una strana fissità paranoica.  Fece qualche passo, puntò il badile, segnò un punto e cominciò a vangare. Menò colpi fendenti sputacchiando saliva e bestemmie. Pensò: avevi partorito un anno prima, di nascosto, in casa. Eri giovane, una giovane madre che non aveva voluto rimanere in famiglia. E mi avevi seguito, sciocca, fino in montagna. Pazza che non eri altro. E ti avevano seguito loro, idiota io, al tuo ritorno. E qui ti avevano fermato e circondato. Ricordi Irma? Ti avevano fatto mille domande su di me e gli altri. E tu niente. Tu che non volevi parlare, testona. E loro a picchiarti, picchiarti forte. E a torturarti, come bestie, mentre tuo figlio, il nostro, aspettava a casa piangendo nella culla. Bastardi. Ti hanno lasciato in questo punto, amore mio, in questo sottosuolo in cui ho sepolto il cuore.
Smise di vangare e guardò dentro la terra. Si chinò, allungò  la mano e tirò fuori, sepolto dal terriccio, un vecchio Sten americano della Seconda Guerra mondiale.
-Eccolo qui il mio cuore sepolto…- disse Spartaco prendendo tra le mani il ferro. Lo mirò in silenzio, poi aggiunse: -andiamo a combattere la nostra ultima battaglia…-.
Fece cadere la vanga e cominciò a camminare verso casa.
 
Arrivò esausto e si precipitò in salotto. Sentì  il dolore trapanargli il costato. Aprì il cassetto. Tirò  fuori un plico di fogli. Vi era scritto: cartella clinica di Antonio Baldini. L’aprì. Lesse e rilesse le parole dell’impietoso responso: cancro, cancro ai polmoni. Era stato diagnosticato da tempo, troppo tempo oramai. Sentì ancora il dolore, una fitta violenta che gli tolse il respiro. Si andò a sedere sulla poltrona zoppicando a fatica. Stette a lungo immobile con lo sguardo vitreo. Sofferente, perso nel vuoto, lo Sten tra le mani. Non ci è dato sapere cosa pensò in quel lasso di tempo. Sappiamo però che, sul retro della fotografia di Irma, scrisse, appuntandolo a suo nipote: “non esistono eroi, ma solo esseri umani che lottano”.
Fu un attimo, come accade in questi momenti. Ebbe un fremito al labbro, un tremore sulle dita.  Caricò lo Sten con un solo colpo. Lo girò. Disse:
-Non so per voi, ma per me, mai come oggi, è la festa di Liberazione.-.
Infilò la canna del fucile in bocca. Tirò un lungo, lunghissimo sospiro. Chiuse gli occhi. E sparò.

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...