Il Partigiano Betti

di Monique d’Alex ”Highlander”

Non si può scrivere di Resistenza, non si può  farlo a Carpi e non parlare di Betti.
Ho conosciuto Betti nel 1997. Era in ferie nel mio paese con la moglie, Ormisde, io stavo preparando una festa de L’Unità. Venne da me, con uno scatolone pieno di libri, pieno del suo libro, che mi regalò, per raccogliere fondi per il partito, mi disse.
Sono nipote di un reduce, vivo a pane e Resistenza fin dalla nascita, non potevo non fermarmi ad ascoltare la sua storia.
Era un uomo straordinario, Betti, non dimenticherò mai il suo sorriso, la sua forza, il suo sguardo quando Ormisde gli teneva la mano e soprattutto la serenità, la pace che trasmetteva. Altra statura morale quella del Betti, la stessa che ho visto per anni, guardando mio nonno.
La straordinaria storia di Betti inizia con la sua morte. La racconta anche nel suo libro, Memorie di un sopravvissuto; impiccato, fucilato, resuscitato.
Betti era un Partigiano, fu catturato sulle montagne liguri da un gruppo di tedeschi. Non ci fu un processo, fu condannato a morte subito insieme ai suoi compagni. Furono condotti in un casale e appesi per il collo, con un filo in attesa di una morte lenta, per soffocamento. Betti resistette 14 ore, 14 ore in equilibrio su un mattone. 14 ore a cercare ogni filo d’aria, vedendo morire i suoi compagni, uno dopo l’altro. Al mattino i tedeschi ne trovarono 4 ancora in vita, tra questi c’era Betti. Ora però immaginate, immaginate di aver passato la notte con la vita appesa ad un filo e immaginate che, appena tolti da quella posizione, vi facciano scavare una fossa, la vostra fossa, la fossa dove morirete. Questo dovette fare Betti, scavò, con i suoi compagni, la fossa e in quella fossa fu fucilato. Si lasciò cadere come morto sotto il cadavere dell’amico, accolse gli altri 2 compagni, morti anch’essi, e subì l’ultima mitragliata, quella che gli costò un braccio. Fu ricoperto con un metro di terra e rimase fermo, immobile, ancora per ore, ad aspettare che i tedeschi si allontanassero, cercando di respirare piano, che sotto un metro di terra non c’è poi tanta aria.
Poi iniziò a scavare, con un solo braccio, che l’altro era stato distrutto dall’ultima scarica del mitra tedesco. E finalmente trovò l’aria e con essa la forza di scavare ancora e poi quella di correre, ferito ad un braccio, ferito ad un polpaccio fino ad un convento nelle vicinanze. Fu curato, fu avvisata la moglie.
Non si può raccontare la storia di Betti senza parlare di Ormisde.
Ormisde è un donnino. Piccolina, magrolina, ma fu lei ad andare a prendere Betti. Fu lei a travestirlo da donna e a portarlo a Carpi dentro una carriola. Lui convalescente, senza più il braccio sinistro, che gli era stato amputato. Fu sempre lei, con un sangue freddo invidiabile, a superare posti di blocco e di controllo dalla Liguria fino a  Carpi. Dalla Liguria a Carpi, spingendo una carriola per portare in salvo il suo Betti.
Ed è qui che si conclude la straordinaria avventura di Betti, con la sua Ormisde a fianco fino alla vecchiaia.
Ed è qui che inizia la mia, con lui, con questa persona straordinaria, che come poche ha segnato la mia vita. Un pomeriggio eravamo insieme, in riva al fiume, e lui mi disse, con quello sguardo divertito che di solito si vede sulla faccia dei bambini quando stanno per combinarne una: “sai Monique, vorrei proprio incontrare il tedesco che mi sparò. Non ne conosco il nome, ma vorrei davvero ringraziarlo”. Il mio sguardo si fece interrogativo, pensavo che non è che ci sia molto da ringraziare uno che ti ha reso un invalido a poco più di 20 anni…
Mi disse: “grazie a lui, grazie al fatto che si sia preso il mio braccio, grazie allo Stato che mi ha riconosciuto l’invalidità, io non ho mai dovuto penare per cercare un lavoro, ho potuto seguire la mia famiglia, Ormisde, i miei figli e ho potuto fare ciò che amavo, scrivere e dipingere”.
Questa è la lezione che mi ha lasciato Betti, vedere il bello sempre, anche in cose che appaiono orribili, ringraziare per ciò che di buono viene, anche da parte di chi il buono non lo voleva.
Quella sera presentai Betti alla Festa de L’unità. Lo feci salire sul palco, volevo che tutti conoscessero quella persona straordinaria. Quella sera io, abituata a parlare in pubblico e ad arringare la folla, quella sera io finii di parlare con la voce rotta e le lacrime agli occhi. Mi prese per mano, Betti, e mi guidò in un valzer, fu l’ultima volta che ballai il valzer… ogni volta che sento quella canzone, risento Betti, le sue parole e la stretta forte del suo braccio.
Betti se n’è andato. Ci ha lasciato a Natale del 2007.

Grazie Betti, grazie Giovanni Benetti, mi manchi

[Terremoto: dove gli altri non arrivano]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Il Partigiano Betti

  1. Monique ha detto:

    🙂 ciao Betti

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