Dachau, una mattina di Marzo

di Sir Squonk “Sergio Pilu”

F.,
penso a te mentre attraverso il pesante cancello di ferro sul quale c’è la scritta Arbeit macht frei. È tedesco, che può essere una lingua magnifica come l’inglese che tu stai imparando, ma che in questo posto suonava spaventoso come il ringhio di un cane inferocito.
Penso a te per un motivo che tu capirai tra molto tempo: il Male, quello con la maiuscola, è come i bambini. Nasce e cresce circondato da bellezza, da dolcezza, da tranquillità. È questo che lo rende più spaventoso e incomprensibile. È per questo che ogni tanto ti guardo, e ho paura.
Hai ragione, non ti ho ancora detto dove sono. Scusami.
Dachau. Si legge come si scrive, più o meno, con l’accento sulla prima a.
È un paese non lontano da Monaco. Un paese come tanti, sai? Le case basse, i campi, i cavalli, le ditte di trasporti, Burger King. Ho visto le foto di settant’anni fa, e non era molto diverso: c’erano meno case, e Burger King non esisteva nemmeno in America. Ma, per il resto, non sembra essere cambiato molto.
È un posto nel quale io e te e la mamma, nati e cresciuti in città, forse non ameremmo vivere: però ci piacerebbe passarci, fare una passeggiata, ammirare il colore dei prati e la pulizia delle facciate delle abitazioni. Perché potremmo venire qui. E andarcene.
Invece, tanti anni fa, qui arrivarono più di duecentomila persone (sono tante, molte più di quelle che tu riesci a immaginare), e tantissime di loro morirono qui; e quelle che ebbero la discutibile fortuna di poter tornare a casa, in fondo furono costrette a restare a Dachau per il resto della loro vita. Non avevano nessuna colpa, quelle persone. Eppure finirono qui, in questo posto che si chiama campo di concentramento, e che negli ultimi mesi della sua “vita” divenne un campo di sterminio.
Oggi sono tornato a Dachau, F., perché ogni tanto bisogna ricordarsi di cosa ognuno di noi è capace di fare. Sono tornato a vedere il cancello, quello di cui ti parlavo prima, e gli stracci con cui i prigionieri si dovevano vestire (oggi c’erano cinque o sei gradi, io stavo nel mio piumino e ogni tanto pensavo che faceva freschino perché c’era un venticello tagliente che portava via le nubi), e i giacigli di legno dove questi uomini e queste donne dovevano dormire ammassati gli uni sugli altri, e i frustini e le torrette e il filo spinato. E i forni crematori, che sono una cosa che oggi non ti voglio spiegare, ma un giorno verremo qui insieme, io te e la mamma, e tu guarderai il camino, e le montagnette erbose che coprono le ceneri in cui sono state trasformate decine di migliaia di persone come noi, e poi guarderai i forni e ti verrà da piangere per l’incredulità e l’orrore. Forse ti capiterà quello che è successo a me questa mattina, e mentre starai in piedi di fronte ai quattro forni del Grande Crematorio vedrai il sole passare dalla porta alle tue spalle, e sentirai anche uno o due uccellini trillare nella primavera che arriva. Ti sembrerà tutto assurdo, e sentirai un grande vuoto. Sarà allora, forse, che avrai la possibilità di diventare grande, F., grande davvero: se riuscirai a riempire quel vuoto, allora ce l’avrai fatta. Io sono tuo papà, e oggi, per te, mi auguro solo questo.

[Squonk]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

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