(senza titolo)

di Elena Zannoni

Quando avevo 18 anni o poco più, facevo parte di una associazione studentesca che ebbe la fortuna di ricevere dal Comune di Lugo (RA), nell’ambito di un progetto sul 25 Aprile, un contributo che consisteva nella disponibilità di un giovane regista, che avrebbe passato con noi alcune settimane, per girare un documentario sulla Resistenza nelle nostre zone.
Il nostro cruccio di allora era la necessità di trovare un modo per conservare le testimonianze dirette: abitavamo in provincia di Ravenna, e intorno a noi c’erano tante persone che avevano preso parte alla resistenza di pianura (teorizzata dal comandante Bulow) e che avevano tanto da raccontare.
Chiunque, dalle nostre parti, ha un nonno, un conoscente, qualcuno che gli ha raccontato tante vicende di ordinaria resistenza. Un fienile pieno di partigiani nascosti, una staffetta che passa indenne un controllo tedesco, le ritorsioni, le piccole vittorie.
Noi volevamo che i loro racconti fossero a disposizione di tutti. Scegliemmo come tema “Le rappresaglie e i rastrellamenti”. Volevamo provare a raccontare la crudeltà di questi episodi, anche perché cominciavano già ad affiorare, in quegli anni, le prime voci che tendevano a gettare ombre sul movimento partigiano per gli episodi e gli strascichi di guerra civile che avvennero nel clima confuso dei giorni successivi alla liberazione. Noi volevamo affermare, con forza, che anche se i morti hanno tutti diritto di essere rispettati, allora ci furono morti che erano dalla parte giusta, ed altri che erano dalla parte sbagliata.
I partigiani erano dalla parte giusta, e non c’è un’ombra, su questo.
L’ANPI locale ci segnalò tre episodi particolarmente cruenti: la strage dei Bartolotti, i martiri del Senio e l’eccidio del “Palazzone”.
Decidemmo tre modalità diverse di raccolta dei documenti: l’intervista, la ricostruzione e l’indagine.

Iniziammo con l’andare a trovare la famiglia Bartolotti, di Ca’ di Lugo, i quali vivono ancora accanto al luogo in cui 4 persone della loro famiglia vennero prima torturati e poi uccisi, il 15 settembre del 1944. Adolfo, Dino, Olindo e Silvio.
Mi ricordo che ci abbiamo messo tanto a registrare l’intervista del loro fratello più piccolo, che non venne ucciso, perché spesso l’emozione lo faceva sbagliare date e passaggi della difficile ricostruzione, e un po’ ci vergognavamo a fargli le domande, per incalzarlo a raccontare, vedendo quegli occhi azzurrissimi e ispessiti dagli anni, diventare anche più lucidi.
Quel giorno del ’44, verso mezzogiorno, quando tutti erano a casa per pranzo, due camionette di tedeschi irruppero, facendo uscire donne e bambini, mentre all’interno interrogavano il padre Adolfo e i figli.
Li seviziarono per far confessare loro qualcosa che probabilmente non sapevano nemmeno. Al più piccolo vennero addirittura conficcati chiodi nelle mani. E quando capirono che non avrebbero dato loro le informazioni che volevano, i tedeschi li portarono sull’argine del fiume Santerno e li impiccarono.

Poi passammo alla ricostruzione dell’eccidio dei Martiri del Senio, il 26 ottobre del ’44. Per quella parte non cercammo testimonianze, ma leggemmo noi stessi, sul luogo dell’eccidio, un fascicolo realizzato dall’ANPI, che raccontava gli ultimi minuti di quegli 8 giovanissimi eroi: Giorgio Folicaldi aveva 15 anni, Renzo Berdondini 17, Giovanni Dalmonte 18, Domenico Facciani, detto Minghì, 20, Luigi Ballardini, detto Gigetto, 18, Gianni e Montanari 17 e suo fratello Floriano, detto Sestri, 23. L’ottavo, Carlo Landi, di anni 20, detto “il matto”, era stato fucilato la notte prima. I repubblichini avevano consegnato ai tedeschi i suoi 7 compagni e si erano accaniti su di lui, spezzandogli le ossa, lacerandogli il cuoio capelluto. Lo uccisero con due colpi, lo avvolsero in una coperta e lo abbandonarono davanti alla Rocca, che oggi è la sede del Municipio della mia città.
Ogni anno, il 25 aprile, sugli argini del Senio e sul loro cippo, centinaia di persone vanno a commemorarli e a portare corone per loro, che così giovani erano già così maturi da non dire una parola dei loro compagni, dell’organizzazione, nemmeno dopo esser stati torturati e a un passo dalla morte.

Per il Palazzone, una grande casa nel territorio di Fusignano, dove il 23 Aprile del ’44 vi fu una rappresaglia contro questa famiglia che ospitava 7 partigiani, 12 morti in tutto, decidemmo di andare a far domande a chi abitava vicino, che, in una sorta di memoria collettiva, ha ricostruito le grida sentite da lontano, i momenti concitati, le voci del paese. L’orrore della notizia. Il fuoco, alla fine.
Mano a mano le persone si radunavano fuori dalle case per raccontarci di quegli anni. Una donna prese a dire che loro, i contadini, si prendevano tanti rischi per nascondere i partigiani, ma dovevano farlo, era un dovere di tutti.
“Us faseva quel c’us puteva”, ci disse. Si rischiava la vita, si tenevano in casa i cani di notte perché non abbaiassero ai partigiani che si spostavano nelle campagne, si dormiva con il terrore di essere svegliati dai tedeschi, si metteva a rischio la vita propria e dei propri cari per la libertà di tutti, per la causa della Resistenza.
Senza pensarci troppo, ché se ci si pensava, tremavano le gambe.
Si faceva quel che si poteva. E questo divenne il titolo del nostro documentario.

[senza aggettivi]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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