Il risveglio di Orso

di Salvatore Mulliri “Isola Virtuale”

L’uomo singhiozzava sommessamente. Se non fosse stato per quel pianto infantile sarebbe sembrato una statua di ghiaccio a causa del vecchio pastrano incartapecorito e imbiancato.
Il vento gelido portava il suono petulante delle armi automatiche russe in lontananza, intervallato dallo schiocco secco del Tokarev di un cecchino.
– Quello che resta della Divisione Julia è passato attraverso la breccia di Nikolajewka. Se non fosse per questi maledetti cosacchi saremo già a Schebekino. Ma tu non hai più voglia di andare eh?
Orso guardava il poveretto che piagnucolava sotto il pastrano dell’Armir.
– Ti aiuto io, devi solo trovare la forza di alzarti, la ferita agli occhi guarirà.
– mentì Orso.
– Sssono cieco? -sussurrò l’altro.
– È solo una benda, per proteggere gli occhi.
– Percheccazzo c’è così freddo?
– È l’inverno. Ricordi? Te l’ho già spiegato: steppa russa, vittoriosa guerra contro la Russia atea e comunista. Il Don, le scarpe rotte e le munizioni difettose. Meno venti sotto zero. Quella roba lì. Ci sei in mezzo. Con un shrapnel russo che ti ha accarezzato la faccia. Sei volontario? Tipo camicia nera o cose simili?
– Maccheccazzodici? Io sono un calciatore. Una punta. Ero ad una festa stavo prendendo la mia Ferrari dal parcheggio. Poi è diventato tutto nero. Cosa ci faccio qui?
Orso sogghignò.
– È il delirio, amico mio. La febbre. Ho visto un sacco di gente come te. Persino uno che si credeva Amedeo Nazzari. Diceva che stava girando “Luciano Serra pilota” e aveva voluto passare la notte fuori dalla stalla seduto in una vasca con un manico di scopa in mano. L’abbiamo trovato congelato come un baccalà. Quando si dice volare in cielo. E tu cosa saresti, oltre che un cieco abbandonato come un cane in mezzo alla steppa russa?
– Che cazzate sono queste? Cieco…Russia. Chi cazzo è Amedeo Nazzi? – l’uomo, urlando, fece per alzarsi, ma crollò subito.
– Hai un principio di congelamento ai piedi. E non è una cazzata.- fece serafico Orso aiutandolo a sedersi nuovamente sull’affusto di cannone semiaffondato nella neve.
– Sono stufo di te, ho cercato di spiegarti come stanno le cose mille volte. Tu non sei un calciatore famoso. Non vieni da un posto del futuro dove tutti sono felici e guardano dentro una cosa che si chiama Scai dove c’è gente come te che gioca a pallone e guadagna milioni. Se vuoi muoverti ti darò una mano a cercare un’isba dove qualcuno avrà pietà di te. Sennò puoi scegliere tra il vento della steppa e i cosacchi. Io me ne vado.
L’uomo non rispose, ricominciò il suo pianto sommesso, questa volta con l’aggiunta di una specie di dondolio dolente.
Orso non aveva freddo. Orso non aveva più freddo. L’ultima volta che aveva sofferto il freddo era stato durante quella maledetta ritirata dell’Armir. Ne era tornato senza entrambi gli alluci, congelati durante la massacrante marcia dopo lo sfondamento di Nikolajewka e amputati in un lurido ospedale da campo per impedire la cancrena. Era tornato in Italia zoppicante e con un profondo senso di disgusto per quella guerra voluta dai fascisti.
Da quel momento l’unico suo pensiero era stato il desiderio di finirla con tutte quelle balle di gloria e avanzate vittoriose.
Dopo l’otto settembre era andato alla macchia per combattere i fascisti, ma la sua clandestinità non era durata molto: una staffetta tradì per salvare la famiglia e Orso fu consegnato ai tedeschi.
Nel campo di concentramento di Flossenbürg, durante il rigido inverno dei Sudeti andava di moda far correre i prigionieri a piedi nudi sulla neve. Quando cadevano le guardie li “rinfrescavano” con un idrante in modo che la polmonite aiutasse a liberare qualche branda. Ma Orso non cadeva. Continuava a correre come se stesse ancora andando verso il miraggio di un treno che aspettava a Schebekino.
Poi un giorno arrivò un medico delle SS. Cercava prigionieri che sopportavano bene il freddo. Per fare esperimenti. Dopo la sconfitta Stalingrado la Wermacht aveva capito che una guerra invernale in Russia non era solo una faccenda di equipaggiamento, bisognava cambiare i soldati. Il dottore, – del quale Orso non seppe mai il nome – lo selezionò e da quel momento iniziò il vero incubo. Iniezioni, vasche d’acqua piene di ghiaccio e infine quel sarcofago in una grotta delle Alpi Austriache. I nazisti l’avevano dimenticato lì alla fine della guerra, come una statua di ghiaccio che attende la primavera per dissolversi.
Quando il riscaldamento globale sciolse il ghiacciaio che aveva coperto la grotta, quelle strane sostanze cristallizzate da sessant’anni nel sangue di Orso ripresero a scorrere e il cuore che aveva battuto una volta al giorno durante l’ibernazione si risvegliò. Scese a valle coperto di stracci e per mesi si rifugiò nei boschi convinto ancora di dover sfuggire ai tedeschi vittoriosi. Solo dopo aver visto un televisore acceso dalla finestra di un chalet si era rese conto che la malvagia scienza nazista aveva ottenuto una vittoria ben peggiore su di lui: sessant’anni lo separavano dalla sua vita precedente.
Rubò, vestiti e scarpe ai montanari, ma soprattutto una miracolosa radio che stava nel palmo di una mano. Da quella imparò tutto quello che c’era da sapere su quella nuova Italia cinica e indifferente rinata sulle ceneri di un’antica e dimenticata vittoria su una dittatura. Allora iniziò a camminare, camminò per giorni incurante delle persone che lo scambiavano per un accattone, sino a che la polizia italiana non lo fermò. Lui si finse smemorato e lo credettero, visto che parlava un buon italiano, domandandosi quali vicissitudini avesse visto quel suo povero corpo martoriato. Dopo qualche settimana in un istituto lo lasciarono andare con una nuova identità e qualche soldo in tasca. Orso non perse tempo, andò nei boschi dove un tempo si rifugiava la sua brigata partigiana e recuperò una cassetta con i lingotti d’oro che gli inglesi avevano paracadutato per sostenere la resistenza italiana.
Ora poteva agire nuovamente contro quell’ectoplasma sempre più consistente di dittatura che vedeva risorgere intorno a lui negli stadi, nelle manifestazioni, nella televisione. La sua guerra non avrebbe usato le armi dei partigiani: i vecchi Sten ormai erano inutili pezzi di ferro arrugginito che marcivano nei campi. Decise che avrebbe colpito i simboli. Il primo sarebbe stato quel calciatore, l’idolo dei tifosi, che andavano in delirio tutte le volte che lui si rivolgeva a loro col saluto romano, incurante della legge e delle punizioni sportive. Per questo l’aveva stordito in un parcheggio e messo in quella grande cella frigorifera decorata come un campo di battaglia del Volga. Voleva colpire la sua mente. Ma evidentemente c’era poco da colpire.

Il calciatore aveva smesso di dondolarsi e si era addormentato. Sessant’anni prima quello era il segnale della resa al “generale inverno”. Un sonno dal quale in Russia nemmeno un alpino si sarebbe più svegliato. Orso bestemmiando se lo caricò sulla spalla e si diresse verso la porta della cella frigorifera. L’avrebbe scaricato in una cunetta perché potesse raccontare il suo strano sogno ai camerati. Orso aveva immaginato di sentirsi diverso quando aveva progettato tutta quella messinscena che conosceva a memoria, ora che tutto era finito si sentiva deluso e impotente. La guerra di Orso sarebbe stata più difficile di quanto c’era da aspettarsi.

[L’isolavirtuale]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...