Uno che non capisce (La Spezia, 1944)

di Gianluca Chiappini “chiagia”

Quella sera a Spezia pioveva, me lo ricordo bene.

Perché quando sono sceso dal tram, l’ultima fermata prima dell’attentato, sono finito in una pozzanghera. E pochi istanti dopo, quando ho sentito il botto delle bombe scagliate contro la vettura, ero chino ad arrotolarmi i pantaloni zuppi di pioggia.

Poi sono corso, come tutti, verso il luogo dell’esplosione.

I nostri se n’erano già andati, su una macchina che li aspettava. Io facevo finta di essere lì per aiutare, ma in realtà contavo mentalmente i corpi che venivano tirati fuori. Quelli che dovevano morire, con le loro divise della Decima Mas imbrattate di sangue. E quelli che non c’entravano niente, con il sangue sul vestito buono che si erano messi per andare in centro a bere una birra con le ragazze.

Li avevo guardati in faccia quelli che non c’entravano niente, quasi a supplicarli in silenzio di scendere. Li avevo sentiti ridere e discutere a voce alta di calcio e dire qualche parolaccia che faceva ridere i marò della Decima, attenti a non farsi vedere dai sottufficiali che li accompagnavano. Poi era arrivato il momento di lasciare il tram, e loro erano rimasti lì.

Anche loro, quelli che dovevano morire, venivano dal centro e rientravano alla Caserma del Muggiano. Quella che i tedeschi non avevano attaccato quando avevano capito che questi ragazzi idealisti e un po’ confusionari, con il teschio dalla rosa in bocca sui loro stemmi, sarebbero stati buoni alleati per quello che ancora restava da fare in Italia. La fama della Decima si era sparsa in fretta e centinaia di ragazzi arrivavano a Spezia per arruolarsi. E molti di loro passavano su quel tram, che li riportava nelle loro camerate prima dell’orario di coprifuoco.

Stavolta però il tram non ci era arrivato alla Caserma del Muggiano. Era stato colpito da diverse bombe a mano dalle parti di Fossamastra. I vetri si erano frantumati e le schegge erano volate all’interno mescolandosi con quelle metalliche delle bombe. Non avrei saputo dire quanti fossero morti, sapevo solo che quasi tutti erano feriti e molti non si muovevano.

Quando il fumo e i curiosi avevano cominciato a diradarsi mi ero avviato a piedi verso il Canaletto, i pantaloni bagnati ancora arrotolati sui polpacci. L’uomo che mi aveva dato l’incarico mi aspettava al bar per sapere come era andata. Gli altri, quelli che avevano tirato le bombe, a quel punto erano già lontani. Rimanevo solo io.

Era lo stesso uomo che giorni prima mi aveva parlato dell’attentato e io gli avevo chiesto se non era da matti colpire un tram dove oltre ai fascisti c’era la gente che rientrava nelle case di Fossamastra e di Pitelli. Gente che non c’entrava niente. Era lo stesso uomo al quale avevo detto, ingenuo, che quelli della Decima dicevano di non voler fare la guerra con i partigiani, che loro erano lì per combattere gli alleati, non gli italiani. Ma se ci fosse stato un attacco, si diceva, erano pronte le rappresaglie contro la popolazione civile.

Lui non mi aveva nemmeno ascoltato, come non si ascolta un ragazzo di quindici anni che, semplicemente, non capisce. Che non sa quando è il momento di alzare la voce, di far capire a questi fascisti che hanno perso, che non c’è possibilità per loro di rimettere in piedi il loro regime. Un ragazzino che non comprende che la guerra sta finendo e ora serve tutto, anche le bombe contro il tram. Anche la morte di gente che non c’entra niente.

Non mi aveva detto nulla di tutto questo, in effetti. Non l’avrei capito allora e forse non lo capisco nemmeno ora che sono vecchio. Si era limitato a spegnere la sigaretta, mi aveva indicato la porta.

Alcuni giorni dopo l’attentato, mentre le fabbriche cittadine si fermavano in uno sciopero generale, corse la voce che uno che mi conosceva mi aveva visto scendere dal tram e aveva fatto il mio nome. In piena notte alcuni compagni mi presero e mi portarono via, verso le montagne della Val di Vara dove sono rimasto fino alla Liberazione.

Lì ho combattuto, sparato, ammazzato. In qualche modo sono diventato uomo.

Ogni tanto ci arrivavano notizie dalla città sui rastrellamenti della Decima Mas, sulle torture, infine anche sui treni che portavano via la gente.

In quei momenti c’era sempre qualche compagno che diceva agli altri che io ero uno di quelli che aveva tirato le bombe al tram. C’era sempre qualcuno che mi diceva che avevo fatto bene a massacrare quei fascisti torturatori, qualcuno che mi batteva sulla spalla o mi versava del vino, qualcuno che rideva.

Io invece non ridevo. Restavo in silenzio e mi toccavo i pantaloni per sentire se si erano asciugati.

***

Nell’attentato del 23 gennaio 1944 morirono tre marò della Decima Mas e due operai spezzini. Molti furono i feriti. Da quel momento vi fu un’escalation nelle operazioni di rappresaglia della Decima Mas contro i civili, anche in appoggio alle forze naziste.

[La pipa di Magritte]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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