(senza titolo)

di Francesca Fiorini “Fran”

Quando si discute di morti sul campo a volte sembra che si faccia del mero celolunghismo: che si sia stati più bravi se son morti di meno o viceversa morti di più. Come se contasse essere più svantaggiati, più martoriati. Come se le azioni eclatanti siano più importanti della vita di tutti giorni. Come se ci fosse una classifica del dolore.

Come se le donne non avessero contato un tubo, quando si doveva scrivere la storia su carta. Fatta di nomi e uomini. Con donne ricordate come eccezioni, non come normale quotidianità di persone che non si sono volute mettere in mostra e viceversa neppure assuefarsi a schemi che andavano contro le libertà personali come individuo.

In Italia, fino all’inizio degli anni sessanta, scarsa attenzione è stata rivolta a tutto ciò che riguardava la Resistenza; in seguito la storiografia si è rivolta prevalentemente all’analisi della Resistenza come lotta armata o al dibattito ideologico e strategico legato alle varie componenti politico-partitiche del movimento.
Poi si è iniziato ad esaminare il ruolo delle donne all’interno della Resistenza: con numerosi distinguo di categorie e sottocategorie. Certo, in molti casi le donne con le loro diverse storie di vita rivelano un intreccio tra la loro dimensione personale, politica e culturale; purtroppo queste storie rischiavano di essere perse o soltanto tramandate in famiglia, e sono ricostruite in studi che si sono effettuati solo quando il femminismo è prevalso come corrente culturale, negli ultimi vent’anni circa.
Il più delle volte, è vero, le storie delle donne sono legate a degli uomini, e non solo per amore ma anche per convinzione politica che poi ha portato a condividere lo stesso destino e poi portare affetto e altri sentimenti al di là della situazione grave che si stava affrontando.

È opinione diffusa che gli atti di resistenza delle donne siano stati meri atti privati, mentre quelli degli uomini avrebbero rappresentato vere e proprie azioni eroiche e patriottiche. Questa interpretazione si fonda sul ruolo che generalmente le donne assunsero nella Resistenza, esse infatti furono più attive nelle strutture di appoggio, anziché nelle azioni militari o politiche, oppure parteciparono ad azioni meno eclatanti e che ebbero minor risonanza.
Ancora, il ruolo ricoperto dalle donne nella stessa resistenza armata è spesso considerato ausiliario e non fondamentale. Invero, le cose non sono andate proprio in questo modo.
Ad esempio i battaglioni femminili di agenti di collegamento furono molto importanti ed efficaci nell’ambito dei servizi di informazione e delle reti di assistenza per fuggitivi, anche se non parteciparono direttamente alle gloriose imprese dei combattenti, esse tuttavia ne rappresentarono il sostegno logistico grazie ai servizi di assistenza cui dettero vita al fine di fornire cibo, alloggi e documenti falsi agli stessi combattenti.

Poi naturalmente le storie personali, ciò che accadeva per mano di altri uomini agli uomini della propria famiglia portava le donne a reagire in modo attivo: quando vedevano che fratelli o mariti venivano incarcerati scattava il lì o ci si salvava tutti o nessuno. Quando il fratello fa la scelta partigiana, diventa staffetta, porta borse piene di soldi, viveri, informazioni. Oppure s’andava a condividere con il marito la vita alla macchia insieme ad un’altra donna, sperando che non arrivasse mai il rastrellamento fascista. Amicizie che trascendevano il ceto sociale, e portavano intellettuali a fianco di contadine unite nel fare da staffetta della Resistenza o nel riflettere anche attivamente e poi essere in prima linea nella politica del dopo Liberazione. Certo, poi si sono aggiunte quelle che come Vera Aldinucci Avanzati hanno avuto una vita che è stata da spettatrice attiva nella resistenza: cresciuta con un padre che era un eccellente esempio di impegno antifascista, finisce poi di maturare la sua partecipazione alla Resistenza dopo l’incontro con Fortunato Avanzati, Viro, comandante della mitica banda Spartaco Lavagnini.

Oppure Walkiria Terradura. Una eugubina del 1924 che al congresso di Chianciano dell’ANPI nel 2006 parlava ancora con entusiasmo di tutto quello che le era accaduto: Walkiria comandò a 18 anni una squadra di uomini, “il Settebello”, nella Quinta Brigata Garibaldi “Pesaro”. Fu protagonista di azioni di sabotaggio e incursione contro le forze nazifasciste occupanti il territorio. Al termine del conflitto fu decorata con medaglia d’argento al valore per aver attaccato ed annientato, assieme ad un compagno, un convoglio nazista di passaggio.
Fra le altre decorazioni, oltre la Croce al merito di guerra, fu insignita della Croce di Cavaliere al merito della Repubblica. Le fu riconosciuto il grado di Sottotenente, comparato a quello di ispettore organizzativo ricoperto nelle formazioni partigiane. Raccontò di quando lei era ragazzina e una notte quelli dell’Ovra, armi in pugno, circondarono la casa per prendere suo padre avvocato antifascista e lei riuscì a spingerlo in una intercapedine del soffitto. E i fascisti non lo trovarono.
Poi scapparono lei, la sua sorellina dai capelli rossi e il padre sull’Appennino. E nei boschi, trovarono 139 jugoslavi fuggiti dalla prigionia, 33 russi, alcuni prigionieri inglesi e un gruppo di soldati italiani. Costituirono tre battaglioni diversi di partigiani, con molte ragazze. E lei spiegò come fu proprio la sua Resistenza:
«Guarda, io non ho fatto la staffetta, ma ho proprio combattuto con il mitra “Sten” in pugno. Ricordo tutto: le facce il freddo, la paura. Avevamo fatto saltare il ponte di Apecchio, a due passi di Città di Castello. Le cariche di dinamite erano state preparate e sistemate da Valentino, uno splendido guastatore dell’esercito. Qualche tempo dopo, i nazisti lo presero, lo torturarono e lo fucilarono. L’azione era andata benissimo, ma poi abbiamo visto arrivare i rinforzi: tre camion carichi di tedeschi. Ci siamo sistemati al riparo e quando gli autisti si sono accorti che il ponte non c’era più, si sono messi a fare manovra. A quel punto abbiamo attaccato. Con mio padre e mia sorella, siamo rimasti in montagna fino alla fine ed è proprio a ridosso della linea Gotica che ho conosciuto quello che poi sarebbe diventato mio marito. Dopo, ho saputo che uno dei miei fratelli era andato a combattere con i partigiani in Jugoslavia e l’altro, invece, era finito in India prigioniero degli inglesi. Alla fine mi sono trasferita in America con Alphonse e ho avuto i figli. Dopo un anno siamo tornati. Perché? Era il periodo del maccartismo e non ci è piaciuto».

Poi pensando alla Resistenza pensiamo sempre, almeno noi sotto i trent’anni che l’abbiamo studiata a scuola in quelle tre lezioni che ci separavano dalle prove di simulazione della terza prova all’esame – e non sapevamo neppure se ci fosse stata storia – a uomini delle nostre campagne o delle montagne che si nascondevano e poi arrivavano a fare rappresaglie contro il Regime.
Ad esempio pensare che gli ebrei abbiano fatto la Resistenza è abbastanza fuori dalla nostra portata. Per quanto concerne la resistenza ebraica occorre però fare alcune precisazioni: numerosi ebrei fecero parte delle organizzazioni e dei movimenti di resistenza nazifascista partigiana presenti un po’ ovunque nei paesi occupati; alcuni dettero vita a un proprio gruppo di resistenza dentro e fuori i ghetti; i più numerosi furono però gli ebrei che resistettero al nazismo contravvenendo agli ordini impartiti all’interno dei ghetti e dei lager. Per quanto concerne le donne ebree, esse presero parte a tutte queste forme di resistenza. Dal ribellarsi alle Kapò dagli ordini di produzione delle merci all’interno dei campi a vere piccole rappresaglie che potrebbero essere esemplificate come piccole scaramucce tra donne, se non fosse stata la situazione così gravemente paradossale.

In questo senso, quindi, la resistenza fu ogni atto di solidarietà e di mutuo soccorso. Ogni attività clandestina di tipo culturale, politico o religioso, e, infine, il pensiero che non si uniformava a ciò che la dittatura, nazista o fascista, voleva comandare. Un modo di pensare che non ci dovrebbe abbandonare mai.
La volontà di sopravvivere e il non darsi per vinti al nemico costituiscono due forme di resistenza; forme che, mi pare, le donne hanno opposto in larga misura, così che il solo fatto di essere sopravvissute è di per sé il loro più grande atto di resistenza: le temibili ebree procreatrici di futuri vendicatori hanno resistito alla barbarie nazista, hanno affrontato e talvolta superato torture e sofferenze indicibili, e una volta libere, hanno creato nuove famiglie e generato quei figli tanto temuti e disprezzati dal nazismo: quale miglior atto di resistenza, mi chiedo, potevano dunque riservare le ebree al progetto di sterminio voluto dal Führer. O quale atto migliore è stato quello delle tante donne staffette o nella macchia di portare avanti i propri ideali in se, magari in grembo -con una doppia valenza- per poi formare i propri figli testimoniando cose che non dovrebbero accadere mai più.
Piccole cose, ma unite in enormi atti di coraggio a cui dovremmo rendere omaggio più spesso.

[Uccidi un grissino: salverai un tonno…]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

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