La Vendetta è il Racconto (6)

di Adelchi Battista “Adelchi”
[I parte, II parte, III parte, IV parte, V parte]

(monologo teatrale – VI parte)

Qualche contadino tedesco con la divisa non ce la fa, deve uscire fuori. Ha visto forse qualcuno che non riusciva a morire, ha visto troppo sangue. Kappler è costretto a confortarlo e a riportarlo dentro, fargli vedere come si fa, con una mano guantata sulla spalla. Forza soldato. Devi fare come me e come tutti gli altri qui dentro. C’è un lavoro da terminare. Alla fine dell’operazione, dentro le cave ardeatine rimarranno 335 persone, e molto probabilmente, alla sera del 24 marzo 1944 non sono neanche ancora tutte morte. Alle 20 qualcuno sente una detonazione molto forte, seguita da una seconda alle ore 21. I tedeschi stanno minando le cave per seppellire i cadaveri. Hanno presidiato tutta la zona. Nessun civile è autorizzato a passare. Kappler torna al comando. Consiglia a tutti di andare a letto e riposare, e se non dovessero riuscire a dormire hanno licenza di ubriacarsi. Alle 22 e 55 di quella sera il comando tedesco detta un comunicato all’agenzia di stampa Stefani.

‘Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di uomini in transito per Via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito.’

(video – l’ordine è stato eseguito)

Il comunicato sarà su parecchi giornali la mattina di sabato 25 marzo 1944. Alle 8 e 05, nella zona adiacente alle cave si sente ancora una sequela di fucilate. Forse il lavoro non è ancora finito. Alle 10 e 30 un’altra detonazione di mina. Sembra quasi che non si riesca a tappare la bocca a quella massa di cadaveri, che continua ad urlare, a devastare gli animi con una presenza ingombrante, è una cosa troppo grande perché si possa nasconderla così, come polvere sotto un tappeto. Un’altra esplosione alle 14 e 30. La guida delle vicine catacombe di San Callisto, per una ironia della sorte, è tedesca, si chiama Szenik. Insieme a qualche altro religioso si reca sul posto tentando di scoprire qualcosa, ma non trova niente, a parte diversi metri di cavo elettrico. Passano due giorni. A questo punto l’odore della morte comincia a farsi strada tra i cunicoli bui, e non si può più tacere. Sono i ragazzini, i bulletti di Tormarancia, a scavare in mezzo ai mucchi di arenaria, convinti di poter fare bottino. Il baccano dei ragazzini fa tornare di nuovo i religiosi sul posto, e così alle 13 del 30 marzo li trovano. La notizia si sparge in un baleno in tutta la città, ma viene distorta, piegata, diventa una specie di leggenda, seicento morti, ottocento morti, le donne si apprestano a fare un pellegrinaggio, ci sono già delle persone che cercano i cari, gli amici, i parenti. Nella città circolano liste, naturalmente false, con nomi che si ripetono, altri inventati. Al comando tedesco si rendono conto che c’è da correre ai ripari. Il primo di aprile si decide di ostruire definitivamente l’arenario. Nella mattinata brillano tre mine potentissime che addirittura spaccano i vetri di qualche abitazione vicina, e fanno crollare le volte delle gallerie. Poi fanno esplodere altre cariche meno potenti. Finiscono il lavoro alle 8 di sera. Lasciano due enormi crateri sul tetto delle cave, e la certezza, in tutta la popolazione, che quella sia una enorme tomba comune.

A Roma, dopo il raccordo anulare, sul trenino che ormai mi sta portando chissà dove, ci sono le torri. Torre Maura, Tor Vergata, Torrenova, Torre Gaia, Due Torri, Tor Bella Monaca. Poi c’è la borgata Finocchio. Quindi il capolinea, che si chiama Pantano, poiché qui c’è la tenuta storica della famiglia Borghese, il Pantano Borghese che pare più uno stilema pasoliniano che una fermata della Metro C. Quando gli alleati arrivano da queste parti tutto si è ormai compiuto. I tedeschi sono in rotta, molti dei partigiani, di quegli stessi partigiani che hanno compiuto l’atto di via Rasella, sono in carcere. Sono stati traditi da Guglielmo Blasi, quello che aveva tirato la bomba nella trattoria. Alla fine di aprile, quando ormai i tedeschi hanno spedito a tutte le famiglie dei martiri delle Ardeatine un telegramma in tedesco per spiegare (spiegare è una parola grossa, diciamo comunicare) la morte dei loro cari, Guglielmo Blasi viene catturato dai tedeschi. Ha con sé dei documenti falsi e viene preso in flagrante mentre tenta di svaligiare un negozio. La sua situazione è talmente disperata che lui fa i nomi di tutti, spiega la dinamica dell’attentato di via Rasella ai tedeschi, i quali fino a quel momento non hanno capito ancora nulla, poichè credono che siano state bombe di mortaio, granate piovute da Palazzo Tittoni, forse anche gente che sparava dal Quirinale. Blasi non solo spiega la dinamica, ma manda Salinari, Calamandrei, Falcioni e Rigioni in galera. Il 4 giugno le truppe alleate liberano Roma. I tedeschi sono in ritirata verso nord. Una colonna corazzata che porta tra l’altro alcuni partigiani prigionieri, si ferma improvvisamente all’altezza del quattordicesimo chilometro della Cassia. I soldati nazisti fanno scendere i prigionieri e li fucilano sul posto, a sangue freddo. 14 persone, tra cui Bruno Buozzi, socialista riformista, 4 legislature alle spalle, uomo di grande spessore. Salinari, Calamandrei e altri, per un caso, per una coincidenza, secondo molti per una precisa volontà, si salvano la vita. L’eccidio della Storta, questo il nome con il quale passerà alla storia, ancora oggi è avvolto nelle tenebre. Non si conoscono le cause, ben poco si sa delle dinamiche, e ben poco ha fatto la magistratura, soprattutto quella militare, per chiarirne i lati oscuri. Una volta giunti a Roma, i militari alleati, avvertiti della carneficina alle Fosse Ardeatine, decidono di costruire un grande monumento, ovvero di seppellire quelle povere salme abbandonate sotto una enorme colata di cemento. Sono le donne, questa volta, a dire di no.

(audio – il rifiuto al Gen. Pollock)

Sono le donne, forse, le protagoniste di tutta questa storia. Sono loro che da questo momento portano avanti da sole le famiglie, sono loro che piegano alla loro volontà persino i generali americani e inglesi, sono loro che convincono il professor Attilio Ascarelli a compiere un gesto di umana pietà e di un coraggio certamente non ordinario. Il professor Ascarelli accetta di riesumare una per una le salme dall’arenario Ardeatino, accetta di ricomporle, accetta di recuperarne i pochi effetti personali per poi procedere al riconoscimento di tutti. Nella sua relazione scriverà più tardi:

Dare un’esatta idea e una descrizione rappresentativa di come si presentavano questi due carnai umani è cosa che io non so esprimere con adeguate parole. Tra le misere sparse membra brulicavano insetti, miriadi di larve si nutrivano delle maciullate carni, circolavano grossi e numerosi topi, che fuoriuscivano di tra le insepolte e incustodite spoglie e dai frantumati crani. Erano le salme tra loro strette nella stessa tomba che ne accumulò il sacrificio e freddamente attendevano le mani pietose che ne ricomponessero alfine le disgiunte membra, che le restituissero al pianto dei congiunti e alla gloria del patito martirio.

(Video – Ascarelli – riconoscimento)

A questo punto la storia smette di essere storia e diventa materia giudiziaria. Si giudicano i colpevoli del nazismo, si giudicano i partigiani, per le richieste di danni da parte dei parenti delle vittime civili di Via Rasella, si giudicano, i tedeschi, i fascisti, si appendono i cadaveri di Mussolini e della Petacci a piazzale Loreto, si fanno i conti con un popolo abbrutito, devastato dalla guerra. Si danno medaglie al valor militare che poi diventano oggetto di polemica, e il rito della consueta opera di sciacallaggio si consuma uguale a se stesso, come in tutti quei luoghi dove la guerra ha abbassato la propria scure su ogni cosa, e su ogni persona. Poi tutto sembra fermarsi. Il 15 agosto del 1977 l’Obersturmführer Herbert Kappler, condannato all’ergastolo, fugge dall’Ospedale Militare del Celio dove aveva svolto alcuni accertamenti medici. Morirà un anno dopo, da uomo libero, in Germania. Saranno in molti a gridare vendetta, sono stati molti a gridare vendetta contro Erich Priebke, ritrovato in Argentina nel 1994, e poi processato per crimini di guerra, scarcerato poiché ‘ha obbedito a ordini superiori’ e per avvenuta prescrizione del reato, poi rimesso in carcere e processato di nuovo dopo l’annullamento della sentenza da parte della Cassazione e un tumulto popolare che forse chiedeva vendetta. Priebke oggi si trova agli arresti domiciliari in una località segreta per scontare un ergastolo poi ridotto a quindici anni, e per scontare forse anche una vendetta. Molti scrissero che sarebbe bastato un solo esemplare giorno di condanna. Mentre me ne tornavo a casa ho parlato con un Cinese, che mi ha spiegato che in Cina, per dire ‘vendetta’, usano un ideogramma che si legge così: ‘raccontare a cinque famiglie’. Si vede che da quelle parti la vendetta è un racconto.

[fine]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

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