La Vendetta è il Racconto (5)

di Adelchi Battista “Adelchi”
[I parte, II parte, III parte, IV parte]

(monologo teatrale – V parte)

In molti hanno scritto che Secondo la Convenzione dell’Aia, firmata nel 1907 e di conseguenza in vigore durante l’occupazione nazista di Roma, l’esercito occupante ha la possibilità di rappresaglia sui civili nella misura di dieci a uno. Ma questo è falso. All’articolo 50, la Convenzione dell’Aia recita testualmente: Nessuna pena generale, pecuniaria o di qualsiasi altro genere può essere imputata alla popolazione civile per atti di individui nei confronti dei quali non ci siano legami dimostrabili. Inoltre qui si pone un problema giuridico molto grave. Secondo quella legge, infatti, lo Stato che deve riparare al torto subito dai tedeschi è quello che esercita la potestà sul territorio dove è avvenuto l’attentato, e in quel momento l’unica struttura riconosciuta dai tedeschi sul territorio di Roma è la Repubblica di Salò, che com’è noto restringe il suo confine verso Nord man mano che gli alleati  avanzano.

E poi c’è il manifesto. Certo, l’atto è stato violentissimo, ma i tedeschi mettono un manifesto in cui dicono che non sarà torto un capello ad alcuno se i responsabili della strage si presenteranno al comando Tedesco. Lo ricordate tutti. Tutti se lo ricordano, nei libri di storia, qualcuno addirittura ricorda di averlo visto! Ebbene questo è l’effetto evidente di cosa è accaduto in questi ultimi anni non solo in Italia e non solo a causa dell’involuzione mediatica. C’è chi ormai si ricorda di aver visto, poiché questo è l’homo videns, come dice il professor Sartori, c’è chi si ricorda di aver visto una cosa che, semplicemente, non esiste. E che stasera non vedrete perché non è mai esistita. Nessun manifesto del genere è stato non dico stampato, ma neanche pensato dal comando tedesco a Roma. A un certo punto, nel ’48, il giudice chiede a Kesselring: ma non avete fatto un manifesto per avvertire la popolazione? Kesselring risponde di no, e anzi a pensarci bene adesso gli pare proprio una buona idea. Della cattura dei colpevoli neanche si parla. Quando la notizia dell’attentato arriva a Hitler quello va fuori di senno e chiede di radere al suolo l’intera città di Roma, poi ci ripensa, l’ordine è quello di abbattere tutto il quartiere. I generali sono abituati, ogni giorno gli vengono i cinque minuti per qualcosa. Infatti dopo mezz’ora già siamo nell’ambito della rappresaglia con rapporto di 50 a 1, con le mura dei palazzi che possono restare in piedi. Col passare del tempo le cifre scendono, sono come scommesse con i cavalli, 40 a 1, 30 a 1, ma vedrai che Kesselring farà scendere la quotazione a 10 a 1. 10 italiani  fucilati per ogni contadino italiano morto. Quasi tutti gli ufficiali dell’alto comando tedesco sembrano sapere che Hitler all’inizio si sfoga e poi può essere lentamente ricondotto su una via di pseudo-ragionevolezza. Insomma non sono proprio ordini così tassativi. È un via vai di telefonate con Berlino. Alle otto di sera il limite è fissato nella misura di 10 a uno. Alle 11 di sera Hitler o chi per lui chiama di nuovo il generale Maeltzer con due ordini. Primo, la rappresaglia deve essere eseguita entro 24 ore. Secondo, incaricare delle esecuzioni la stessa polizia del reggimento Bozen. Da notare che si tratta esclusivamente di ordini orali. Non esiste nessun ordine scritto o firmato. Ad ogni modo Maeltzer, secondo quanto raccontato da Kappler, chiama il Maggiore Dobbrick e gli dice che la stessa compagnia Bozen deve occuparsi della Rappresaglia. Dobbrick si rifiuta. Racconta che i ragazzi della Bozen sono dei contadini, che non hanno la professionalità, sono tutti cattolici, rischiamo di metterci una enorme quantità di tempo. Maeltzer di conseguenza chiama Kappler. Non è che Maeltzer fa fucilare Dobbrick perché si è rifiutato di eseguire un ordine di Hitler, né gli strappa i gradi e lo butta in prigione, né lo manda in confino nel Caucaso. Non fa nulla, Maeltzer, chiama Kappler, e gli dice che Dobbrick s’è rifiutato, e che quindi la patata bollente è sua. E che fa un Tenente Colonnello nazista davanti al fatto che un suo sottoposto, ovvero un Maggiore, si rifiuta di eseguire l’ordine di Hitler in persona? Lo esegue lui, si vede che questo genere di delitti in quell’apparato burocratico è la norma, non un’eccezione, e a Dobbrick non verrà mai addebitata una sola colpa, tanto perché si capisca quanto era ‘pericoloso’ non obbedire agli ordini di Hitler. Sembra quasi di assistere al passaggio di una pratica da un ufficio amministrativo all’altro. Dajè, a Kàppler, a me nun me va, c’ho i ragazzi stanchi, hanno passato nà giornataccia, coprime te, fa’ er bravo. Vabbè, lo faccio io, và… qualcuno lo dovrà fa! Peccato che non parliamo di una pratica d’ufficio ma di vite umane, e per lo più innocenti. Resta l’ordine, come ineluttabile, pena il tribunale militare. Questo non per gli ufficiali, come abbiamo visto, ma per la truppa, i contadini tedeschi e italiani che obbediscono, come sempre. Kappler chiama a sé le SS e riferisce l’ordine, minaccia il tribunale per chi si rifiuta. Non c’è tempo, il Fuhrer ha detto 24 ore, altro che mettersi a stampare un manifesto. Cominciamo da quelli condannati alla pena di morte. Quanti sono? Tre. Come tre? Tre, solo tre. Veramente due hanno l’ergastolo e uno ha la pena di morte, quindi facciamo tre. È un po’ poco. Kappler deve arrivare ad avere 320 nomi. E così i petali della rosa dei reati si allargano sempre di più, si moltiplicano e alla fine quella lista dovrà contenere gente che per caso si trovava a passare per quella strada, e poi naturalmente i colpevoli per definizione, gli ebrei. Nella mente di Kappler si forma lentamente una domanda. Dove si uccide tutta questa gente?  Il colonnello non ha il tempo materiale nemmeno per far scavare una fossa comune grande abbastanza per tutti. Poi gli portano un dispaccio con la mappa di una cava di pozzolana fuori le mura, sulla via Ardeatina, e in poco tempo la decisione è presa. Per tutta la notte Kappler compila una lista di 270 nomi. Poco prima dell’alba quando stanno per partire con il trasferimento,  muore un altro soldato tedesco. Kappler allora si ricorda, forse lui, forse glielo ricorda Priebke, che la sera prima hanno arrestato altri 10 ebrei. Kappler sta  anche aspettando una lista di altri 50 nomi dal questore Caruso, il quale però non sembra agire. Qualcuno dirà anche che per la fretta, per la passione, per l’abnegazione nei confronti del ministro Buffarini Guidi, Caruso sbagli il conteggio, e porti all’eccidio 55 persone, ovvero i cinque innocenti in più che permetteranno la configurazione di un reato criminale su un ordine già criminale di suo, ma secondo la legge dell’epoca legittimo. Non ci sono prove che sia stato lui a sbagliare il conteggio.

Li caricano a partire dal mattino presto su dei camion coi teloni, di quelli chiusi, prelevandoli a via Tasso, al Viminale e a Regina Coeli. Li portano a tutta velocità dietro le catacombe di San Callisto, li fanno scendere con i polsi legati, li fanno entrare nelle grotte, fino all’ultima stanza in fondo. Li fanno inginocchiare a gruppi di 5, con la faccia rivolta alla parete. Gli puntano la mitraglietta alla nuca, badando bene di tenere la canna lontana dalla pelle, poiché il contatto potrebbe far impazzire qualcuno. Davanti alla caverna ci sono due casse di cognac, per confortare il morale dei soldati. Dopo neanche un’ora sono tutti sbronzi. Man mano che procedono, la caverna si riempie. I prigionieri entrano, si inginocchiano sui cadaveri dei loro compagni, amici, qualche volta fratelli maggiori, padri, parenti, cinque colpi, uno per prigioniero, avanti la prossima fila.

(video del buon esempio)

[continua…]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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