La Vendetta è il Racconto (4)

di Adelchi Battista “Adelchi”
[I parte, II parte, III parte]

(monologo teatrale – IV parte)

Rosario Bentivegna è nervoso. Partito al mattino dal Colosseo con il suo carretto pieno di esplosivo, deve attraversare mezza città. Arrivato davanti al Palazzo Tittoni sulla via Rasella, viene fermato da uno spazzino vero, quello che fa il turno in quella zona, che naturalmente è piuttosto sorpreso di trovarsi un collega con tanto di carrettino. Crede anzi che Bentivegna faccia del mercato nero. ‘Famme vedè i preciutti!’ gli dice.  Passano lenti i minuti, poi le ore. Alle tre del pomeriggio dei tedeschi non c’è traccia. Alle tre e un quarto, alle tre e mezza, nulla si muove. Bentivegna si innervosisce ancora di più. Fuma due delle tre sigarette che ha con sé, ne resta solo  una, oltre alla sua pipa, con la quale dovrà accendere la miccia. Un quarto d’ora prima delle quattro, Pasquale Balsamo gli passa vicino e lo avverte. Se alle quattro non sono ancora passati, rimandiamo tutto. Pochi minuti dopo però ecco il segnale. Stanno arrivando.

I sopravvissuti della Bozen hanno sempre sostenuto di non essere mai stati avvertiti che quel giorno ricorreva l’anniversario della Fondazione del Fascio, e di non aver capito neanche il motivo per cui la guardia era raddoppiata, e nemmeno che agli alti comandi tedeschi si sospettasse un attacco da parte della Resistenza e dei partigiani. Umberto Gandini ha raccolto la testimonianza di Josef Praxmarer: ‘Poco prima dell’esplosione i nostri sottufficiali, che erano gli unici germanici della compagnia, furono chiamati a rapporto in cima alla compagnia. E così si salvarono tutti. Non era mai accaduto prima che fossero convocati a rapporto così, nel bel mezzo di una marcia di trasferimento’. E Peter Putzer, un altro testimone aggiunge: ‘sembrava quasi che fosse giunta una segnalazione anonima su un qualcosa che stava per accadere.’  Questa sensazione è quella tipica del soldato italiano cooptato che vede salvarsi i suoi superiori tedeschi. Ed è avvalorata dal fatto che il Maggiore Dobbrick, il capo del contingente di polizia Bozen, continui incessantemente a chiamarli ‘schweine’. Maiali.

Chi dice con l’ultimo dei cerini, chi dice con l’ultima sigaretta, Bentivegna racconta di aver usato la pipa, frammenti di memoria di un altro secolo, una specie di Pietro Micca sul quale si è fatta tanta storiografia e altrettanto revisionismo,   dall’aneddotica epica all’odio puro, fatto sta che ad un certo momento la miccia ha preso fuoco, e Bentivegna si è dileguato con la Capponi per via delle Quattro Fontane. Passano due sezioni di soldati, passa la terza. Un ragazzetto che gioca con una palla svolta improvvisamente l’angolo perché vuole vedere i tedeschi che cantano, che stranamente quel giorno non cantano. I partigiani avvertono qualche passante, andate via, rientrate, sta per succedere il finimondo. Poi l’esplosione.

(video Bentivegna – Capponi)

Un getto incandescente che manda per aria di tutto. Schegge di ghisa, elmetti, pezzi di corpi umani, vetri, proiettili indossati nelle giberne, granate indossate alla cintola, baionette montate sui fucili, e poi altre esplosioni, le stesse granate dei soldati che brillano per simpatia, le bombe da mortaio lanciate dai Gap sulla parte finale della colonna. Seguono ancora sparatorie.

(video sf – fotografie)

I tedeschi puntano i fucili verso l’alto, tirano alle finestre. A via Rasella e a via del Boccaccio ancora si vedono i muri dei palazzi con sopra le ferite di quel 23 marzo. E qualcuno scatta anche delle immagini. Non sono immagini che si dimenticano facilmente. C’è anche quella di Piero Zuccheretti di tredici anni.  Un’immagine che farà gridare d’orrore i lettori del quotidiano  IL TEMPO del 24 aprile del 1996, probabilmente falsa. Suo fratello, Giovanni, molti anni più tardi,  ancora ricorda con astio: ‘Quando pensavo a Via Rasella, li avrei strozzati ad uno ad uno con le mie mani. I miei genitori non avevano manco saputo del processo che c’era stato a Bentivegna, che poi adesso a parte il fatto che nun è che voglio giudicare perché ci sono i giudici per questo, ma io dico come si fa a dargli anche la medaglia d’oro a un essere del genere? Questo cià 365 persone sulla coscienza perché se non ce fosse stata via Rasella non ce sarebbero state le fosse Ardeatine. È inutile che lui s’atteggia a dì che è ‘n atto de guerra: nun se po’ stabilì un atto de guerra a via del Tritone alle quattro del pomeriggio che ponno passà cento persone, che le ammazzi tutt’e cento pe ammazzà 33 tedeschi che poi erano altoatesini, ma te rendi conto? Ma chi hai voluto ammazzà?

I soldati sparano ovunque, soprattutto in aria. Pensano che sia stata una bomba lanciata dall’alto, dalle finestre. La signora Annetta Baglioni, che di mestiere fa le pulizie a Palazzo Tittoni, si affaccia da una finestra e viene colpita alla testa. La strada è un confuso andirivieni di soldati impazziti, che camminano intorno a un vasto campionario di membra umane, macerie, principi di incendi. Ma dopo un attimo di panico generale e l’arrivo del generale Maeltzer e di Kappler, l’ordine viene ristabilito, con ogni mezzo necessario. I tedeschi entrano nelle botteghe, nei portoni, nelle case, a Palazzo Tittoni per primo, e portano via chiunque. Bice Tittoni, 80 anni, si vede una squadriglia di SS che l’accusa di aver gettato la bomba. L’anziana signora si fa una mezza risata e risponde che non si mette a fare cose di questo genere alla sua età. La portano via ugualmente. Poi entrano nei negozi, nelle botteghe, saccheggiano tutto, rastrellano uomini e donne di mezzo quartiere, e li mettono davanti alla cinta di Palazzo Barberini. Il generale Maeltzer è fuori di sé. Li vuole far saltare in aria tutti, tutto il quartiere, tutta la città. Kappler invece è freddo e misurato. Congeda il suo superiore, poi organizza la ricomposizione delle salme, il soccorso ai feriti, il rastrellamento. La macchina nazista, bloccatasi per qualche minuto, ricomincia a funzionare con efficienza. Kappler presumibilmente ordina anche di liberare donne e bambini piccoli, prima di far portare tutti gli uomini al Viminale. Sono più di 300. Quello che passeranno nelle stanze del Viminale è materia per un altro racconto. Sui sampietrini dell’asfalto di Via Rasella ci sono intanto i cadaveri di 28 contadini, italiani che per uno scherzo del destino in quel momento fanno assurda funzione di  nemico da abbattere.

(torna alla balaustra del binario)

Io stavo su un trenino Centocelle grotte Celoni, guarda dove sono andato a finire. Adesso di italiani sul trenino, dopo tutto questo tempo, non ce ne sta proprio più nemmeno uno. Non so nemmeno bene dove mi trovo. Sto andando verso la periferia, lungo i casermoni del Pratone della Casilina, dopo la Togliatti. Forse questa storia adesso la possiamo raccontare a questa gente, si tratta pur sempre dei futuri italiani, visto che noi sembriamo non fare più figli. Ma non dobbiamo raccontarla perché abbiamo vocazioni storiche o storiografiche, no, che sia chiaro, noi siamo venuti dopo e abbiamo potuto solo studiare sui libri, o ascoltare le parole di chi c’era, di chi ha vissuto quei momenti, e soppesarle, poiché i ricordi cambiano, sbiadiscono, spesso si deformano per la pressione dei media, della politica, dei vincitori e dei vinti. Ascoltare senza preconcetti, senza l’ignobile sciacallaggio politico che da più di 60 anni circonda questa vicenda. Perché a voler ascoltare davvero abbiamo sentito campane suonare in ogni direzione. Negli anni ’70 qualcuno pensava di emulare le gesta dei partigiani uccidendo a sangue freddo personaggi più o meno pubblici considerati servi di un regime. E dall’altra parte invece c’è sempre qualche altro pronto a scommettere che vicino a me, su questo trenino che va a Grotte Celoni o al Pantano, ci siano  parenti e amici di quei ‘partigiani’, che hanno fatto saltare un contingente militare italiano occupante la tristemente nota caserma di Nassirya. Paragone improponibile mi urla la signora dal fondo, paragone improponibile.

(lunghissima pausa)

Improponibile?

[continua…]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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