La Vendetta è il Racconto (3)

di Adelchi Battista “Adelchi”
[I parte, II parte]

(monologo teatrale – III parte)

Al comando di Via Tasso c’è un’autorità assoluta, che si chiama Obersturmfuhrer, che vuol dire ‘Comandante Superiore, d’assalto’, un grado equiparabile al nostro Tenente Colonnello. Il suo nome è Herbert Kappler, un signore che spesso fa anche la parte del nazista buono, quello che concede, che qualche volta la fa passare liscia. E c’è il suo diretto sottoposto, Erich Priebke, che invece rappresenta il terrore puro. Quando un prigioniero non parla, Kappler manda a chiamare Priebke che è sempre pronto ad usare mezzi fisici e mezzi chimici per far parlare una persona. Probabilmente questa storia dei ‘mezzi chimici’ è falsa, ma di sicuro effetto: più di qualcuno, atterrito dall’idea di far arrestare i propri compagni per via di una qualche droga, si impicca in cella.

Quella parte di popolazione civile non attiva nella guerra partigiana, ma che comunque resta di sentimenti antifascisti, ascolta di nascosto radio Londra(*). Da radio Londra si contraddicono puntualmente tutti i bollettini di guerra emanati dal comando nazista o dai repubblichini. E tutti i giorni si incita la popolazione di Roma alla ribellione, all’insurrezione armata, alla cacciata dell’invasore tedesco. È Winston Churchill in persona a parlare: colpite i tedeschi ovunque e con ogni mezzo necessario. Colpite duro. E sono Churchill e Roosevelt a firmare più di un volantino, di cui molti esemplari esistono ancora, nel quale spiegano che non stanno bombardando per colpire gli italiani, ma i loro capi e i loro invasori. E invitano, una voltà di più a ribellarsi e a colpire i tedeschi con le armi, duramente. Ci sono scene che restano poi immortalate nella memoria dei presenti per tutto il resto della loro vita. Il 3 marzo del 1944 una piccola folla di donne si è radunata davanti alla caserma in viale Giulio Cesare. Sembra che i tedeschi abbiano rastrellato i loro figli, i mariti, i fratelli, e li tengano prigionieri proprio lì.

(video Magnani)

Ad un tratto Teresa Gullace, 37 anni, madre di 5 figli e in attesa del sesto, vede suo marito ad una finestra della caserma. Si stacca dalla folla urlando il suo nome e attraversa la strada di corsa per lanciargli un pacchetto con del cibo. Il lancio non riesce, lei si china per riprendere la mira. Un colpo di pistola sparato da una SS la uccide sull’asfalto. È lei, è la scena che ha fatto il giro del pianeta un milione di volte, la scena che ha reso immortale ‘Roma città aperta’, Rossellini, e Annarella Magnani che urla ‘Francesco!’ prima di rovinare pesantemente sull’asfalto di via Montecuccoli. In questo clima di guerriglia urbana, tra attentati e rastrellamenti, si arriva alla metà di marzo del 1944.

I partigiani sono in fermento. Il 23 di quel mese cade l’anniversario della fondazione del Fascio littorio. Sono decisi a colpire non solo il corteo di fascisti che si prevede sfilerà fino a via Veneto, ma contemporaneamente anche il carcere di Via Tasso. Poi però, forse il 14, forse il 15 marzo, Mario Fiorentini vede una colonna di soldati tedeschi inquadrati in ranghi stretti che marcia lungo Via Rasella, una stretta salita che da via del Traforo porta su fino al palazzo Barberini. Probabilmente tornano da una esercitazione. Sono le due del pomeriggio. Il giorno dopo Fiorentini torna in via Rasella e porta con sé Paolo, ovvero Rosario Bentivegna. Alle due in punto il plotone ripassa, esattamente come il giorno prima. Questa volta però stanno cantando, e la provocazione è fatale. I due partigiani si sentono punti sul vivo, Fiorentini in particolare, poiché ha visto quelle stesse uniformi venire a casa sua e portargli via entrambi i genitori. Giorgio Amendola, allora comandante della Brigata Garibaldi, intervistato da Gianni Bisiach trent’anni dopo l’episodio, ricorda:

(video Amendola)

Amendola ricorda come un Comandante, e assume su di sé molti dei gesti, delle impressioni e dei piani che in realtà sono allo studio dei partigiani da molti giorni. La decisione viene presa rapidamente. Il giorno designato è quello del 23 Marzo, l’uomo designato è Rosario Bentivegna, che deve travestirsi da spazzino e lasciare uno dei carretti dell’immondizia proprio davanti al Palazzo Tittoni, nella parte superiore di Via Rasella. Dentro al carretto, nascosti da un sottile strato di immondizia, ci saranno 18 chili di tritolo.

L’ordigno è stato preparato da Giulio Cortini, utilizzando una cassetta di ferro delle Officine della Romana Gas. Nella cassetta vengono introdotte anche schegge e spezzoni di ferro, un detonatore al fulminato di mercurio con una miccia di 50 centimetri, che dovrebbe bruciare per 50 secondi, e un coperchio a scorrimento che fa da chiusura ermetica. Bentivegna deve lasciare il carretto con la miccia accesa, risalire via Rasella, incontrare Carla Capponi che porta un impermeabile da uomo, cambiarsi e fuggire lungo via delle Quattro Fontane. Dopo l’esplosione, Raul Falcioni, Silvio Serra e Francesco Curreli devono irrompere da via del Boccaccio e attaccare la parte finale del contingente con delle bombe da mortaio Brixia fornite dal Centro Militare Clandestino, e modificate in modo da essere utilizzate come bombe a mano.

I partigiani sanno che quella colonna di soldati altro non è che l’undicesima compagnia del terzo Polizeiregiment Bozen, che sta per Bolzano. Dopo l’armistizio le provincie di Trento, Belluno e Bolzano sono raggruppate in una zona chiamata Alpenvorland (prealpi) da un ordine di Hitler datato 10 settembre 1943. Le truppe tedesche si riversano immediatamente nella zona attraverso il passo del Brennero, e incominciano a cooptare al servizio di polizia militare tutti i cittadini appartenenti alle classi 1924-1925, tutti quelli che hanno votato per la cittadinanza tedesca. Quello che forse i partigiani NON sanno, è che dopo il 13 settembre il decreto di annessione della Germania ha esteso l’arruolamento coatto nelle truppe tedesche in quella zona a tutti i cittadini maschi nati tra il 1894 e il 1926, anche a quelli che hanno scelto di restare italiani. Molti di loro sono italiani a tutti gli effetti, quindi. Italiani cooptati, italiani costretti ad entrare nelle fila dei militari tedeschi.

(intervento Arthur Atz – Video)

Atz ha ragione, il gruppo Bozen venne chiamato SS-Bozen solo in un secondo momento. All’epoca non sono ancora effettivi delle SS, ma di certo indossano divise tedesche, sono armati come tedeschi, parlano la lingua, sono a tutti gli effetti considerati dei nemici. La nazionalità conta poco. Anche i fascisti, che sono italiani, sono considerati dei nemici. Secondo molti il Bozen si renderà presto responsabile di diversi eccidi nell’Italia settentrionale, poiché il suo utilizzo è proprio in ambito antipartigiano, per stanare e sgominare i gruppi resistenziali, i cosiddetti ‘banditen’ formatisi subito dopo l’armistizio. Nell’undicesima compagnia quel 23 marzo, serpeggia qualcosa di molto simile alla paura. Terminato il loro ultimo addestramento al Foro Italico vengono inquadrati in pieno assetto di guerra. Sfileranno per la città armati di tutto punto, fucili, mitragliatori, e bombe a mano alla cintola. Per la prima volta gli viene fatto espresso divieto di cantare. Fino a quel giorno invece sono stati costretti a strillare canzonette naziste di cui probabilmente ignorano il contenuto. Una su tutte: “hupf mein Madel” – Salta bella mia. Molti di loro si sentono addirittura ridicoli. Anche per questo motivo, il passaggio sulla Via Rasella ritarda, moltissimo.

(armeggia sulla radio di scena) (video Rasella1)

[continua…]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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