La Vendetta è il Racconto (2)

di Adelchi Battista “Adelchi”
[I parte]

(monologo teatrale – II parte)

Il giorno appresso, il 9 settembre alle cinque di mattina, il maresciallo Badoglio, insieme ai Savoia, Roatta e qualche altro funzionario, sale su un bel corteo di macchine nere e motociclisti e abbandona la Città Aperta a se stessa. C’è gente che vede il corteo sfilare lungo via XX Settembre, diretto a Pescara. Passano i posti di blocco sulla Tiburtina, passano quelli del porto di Ortona, si imbarcano e arrivano fino a Brindisi, senza che un solo tedesco glielo impedisca. Un mistero mai chiarito, per molti addirittura il frutto di un accordo. Fateci fuggire, e la Città Aperta sarà vostra. L’intero esercito italiano, impegnato fino allo sfinimento sui vari fronti, viene lasciato per la gran parte senza guida, senza ordini, senza obiettivi, senza un nemico da abbattere. Fino ad ora sparavano agli alleati. E adesso? Spariamo ai tedeschi? Alcuni giornali e alcuni generali dicono si, spariamo ai tedeschi. Altri dicono no, continuiamo a sparare agli americani. L’esercito italiano, in molte occasioni, prende a spararsi da solo. Ci sono quelli che scappano, proprio gettano le armi in terra e arrivederci, si danno alla macchia. Ci sono quelli che se la prendono con gli ufficiali, quelli più o meno fascisti, ci sono quelli che rubano viveri, armi, munizioni e si imboscano, formando i primi gruppi partigiani sulle montagne, e nelle città ci sono quelli che vogliono la bella morte, e continuano la guerra a tutti i costi. E ci sono pure quelli che prima sparavano di là, e ora si girano di qua e riprendono a sparare come se nulla fosse accaduto. Alla guerra come alla guerra.

I tedeschi stanno lentamente ritirandosi verso nord. Si presentano la sera stessa dell’8 a Roma, davanti a Porta San Paolo, dove ci stanno i Granatieri. ‘O vi consegnate o cominciamo a fucilarvi a gruppi di 500’. I Granatieri di Sardegna non mollano. Incomincia una battaglia durissima. La voce si sparge nella città e la gente comune prende a combattere insieme ai Granatieri contro i tedeschi. Tra i civili moltissime donne. Quel giorno a Porta San Paolo perdono la vita 28 donne. La città si arrende dopo tre giorni di scontri a macchia di leopardo, sparsi un po’ dappertutto, con i tedeschi che saccheggiano e invitano al saccheggio. Roma quindi non si arrende, piuttosto decide per il momento di ospitare anche i tedeschi, perché Roma, si sa, è una città aperta. Quelli però non devono aver inteso bene, perché sono proprio convinti di essersi impadroniti della Capitale d’Italia, tanto da incominciare a trattarla come cosa loro. Per essere precisi i tedeschi il 10 settembre firmano un armistizio con il Generale Calvi, quello in contraddizione in termini, con il quale si impegnano a rimanere ai margini della Città Aperta, e a occupare solo l’ambasciata, la radio e le centrali telefoniche. Non passano 24 ore che gli stessi tedeschi tradiscono l’accordo rastrellando gli ufficiali e i soldati in servizio attivo, precettando i civili, derubando gli ebrei, assaltando i Carabinieri.

(video – manifesto)

Prima cosa: il lavoro. Sedicimilaquattrocento romani vengono precettati al lavoro obbligatorio da Kesselring il giorno 19 settembre. Si presentano 455 persone.

Seconda cosa: il denaro. Il 26 settembre l’Obersturmfuhrer Herbert Kappler chiede agli ebrei di Roma, che evidentemente non considera italiani, 50 chili d’oro. In caso contrario minaccia la deportazione di 200 persone, da
rastrellare a caso nel ghetto.

Terza cosa: i militari. Il 7 ottobre i tedeschi entrano alla caserma Podgora e in altri luoghi e prendono più di 1500 carabinieri per deportarli.

Gli ebrei ci hanno creduto. Si affannano per giorni a recuperare le fedi, le catenine, gli oggetti, i candelabri, qualunque cosa pur di arrivare a mezzo quintale d’oro. E ci arrivano, e quando qualcuno la sera del 15 ottobre li avverte che i tedeschi stanno arrivando, che faranno la retata, gli rispondono ‘ma no, non è possibile, gli abbiamo dato l’oro, non verranno…’

1259 persone, 363 uomini, 689 donne, 207 bambini vengono rastrellati il 16 ottobre 1943. 237 saranno riconosciuti non ebrei, tutti gli altri, 1022, deportati. Alla fine della guerra ne rientreranno 15, di cui una sola donna. C’è ancora della gente che ricorda benissimo.

(file audio – rastrellamenti)

Il 27 ottobre i tedeschi rastrellano 1000 persone a Montesacro per spedirle ai lavori forzati. Da quel giorno prendono a rastrellare civili in tutti i quartieri della capitale. Li portano negli uffici di Via Tasso, o al forte Bravetta, li interrogano, li prendono a schiaffi, a calci, a scudisciate.

(file audio – via Tasso)

Qualcuno si chiederà: ma come fanno i tedeschi a trovare tutta questa gente? Hanno le spie, e le spie sono italiani, ex fascisti, gente della polizia segreta, ma anche semplici impiegati, o gente che vuole vendicarsi di qualcuno. È facilissimo, basta andare al comando tedesco a Via Tasso e dire: ci sta quello là, tizio e caio, che si nasconde in quella casa, e che non si è presentato pur essendo nelle liste, e il gioco è fatto. Si chiama delazione, uno sport che in quella Roma aperta si potrebbe praticare facilmente. Per fortuna invece sono casi isolati. Roma in realtà non ha molta intenzione di stare a guardare quello che succede. I gruppi partigiani formatisi dopo l’8 settembre includono persone di ogni risma, di ogni classe sociale, e di ogni provenienza politica. Ci sono i gruppi dell’estrema sinistra, i comunisti, i socialisti, i cattolici, i liberali, e persino ex fascisti. Anche per questo regna il caos, poiché non c’è ancora una organizzazione comune, un disegno unitario che ispiri i partigiani. Ci sono colonnelli che immediatamente dopo l’armistizio si sono risolti a combattere i tedeschi con ogni mezzo insieme ai partigiani comunisti di Bandiera Rossa, ma che poi, dopo qualche mese rientreranno nei ranghi aderendo alla Repubblica di Salò. E poi ci sono quelli del Partito d’Azione che fanno brillare una mina nella caserma dei fascisti di Via Duse facendo diverse vittime, senza che dall’altra parte vi sia alcuna rappresaglia.

Prima della fine del 1943 i gruppi partigiani che organizzano azioni armate contro l’occupante tedesco si moltiplicano. Gruppi isolati, addirittura c’è qualcuno che agisce da solo, comunqe senza una direzione unitaria, e a volte colpiscono duro e senza mirare. Il 18 dicembre Guglielmo Blasi, membro dei GAP, Gruppi di Azione Patriottica, lancia una bomba alla trattoria Antonelli di via Fabio Massimo. La colpa della trattoria sarebbe quella di essere frequentata da tedeschi e italiani collaborazionisti. L’esplosione uccide 10 persone, e soltanto due, soltanto due sono soldati tedeschi. Due ore dopo soldati che escono da una proiezione al cinema Barberini vengono attacccati da Bentivegna e dalla Capponi con uno spezzone. Otto morti. Nessuna rappresaglia. E ancora, il giorno dopo alle 17 e 50 i gappisti piazzano bombe all’Hotel Flora di Via Veneto, quartier generale del comando e del tribunale di guerra tedesco. Nessuno sa quantificare le vittime, ma i tedeschi non reagiscono. Nessuna rappresaglia. I tedeschi non hanno alcun motivo di fare rappresaglie, anzi badano bene di tenere segreti tutti gli attentati, di nascondere le loro vittime, di fare finta di niente. La popolazione non deve sapere, deve regnare la calma, possibilmente la rassegnazione. Dieci giorni dopo, davanti al comando delle guardie naziste, al carcere di Regina Coeli, si presenta un tipo in bicicletta, e cioè Mario Fiorentini. Scende, prende un cosiddetto ‘spezzone’, ovvero un tubo di ghisa pieno di tritolo tappato alle estremità con del gesso, e ferisce molti soldati. Risale in bicicletta e scappa via. Il giorno dopo un’ordinanza del comando tedesco proibisce l’uso delle biciclette. La bicicletta all’epoca è il mezzo di trasporto preferito dalla popolazione, per via della completa mancanza di benzina, perché in fondo le salite di Roma sono dolci, e anche perché non ci si può permettere molto altro. Vietare le bici vuol dire impedire la mobilità a tutti i costi, anche e soprattutto ai partigiani. E così i romani, tutti i romani, attaccano una ruota minuscola al pignone posteriore della bici, una specie di rotellina come quelle delle biciclette dei bambini. Quando i tedeschi li fermano danno tutti la stessa spiegazione: ‘No sergente, non è una bicicletta… è un triciclo.’

I tedeschi impiegheranno ben poco tempo a capire che a Roma ci sono veri e propri gruppi organizzati e ben armati che non hanno alcuna intenzione di lasciare che le truppe naziste scorazzino liberamente per la città. Ogni volta che i tedeschi si radunano da qualche parte la voce si sparge velocissima, e un attentato viene organizzato nello spazio di una sola serata. Tra l’8 settembre e il 23 marzo si conteranno circa 42 attentati contro i tedeschi nella sola città di Roma. Dal canto loro gli occupanti qualche volta fanno un manifesto con una taglia, fino a 250 mila lire, che all’epoca sono una fortuna, ma nulla di più. Hanno altri problemi, i tedeschi. Gli alleati stanno arrivando.

La data fatidica è il 22 gennaio del 1944. All’alba diversi mezzi da sbarco appaiono all’orizzonte del porto di Anzio, e lungo tutta la striscia di sabbia che collega Anzio e Nettuno. 36 mila soldati alleati con dei mezzi anfibi sbarcano sul litorale pensando di dover affrontare una battaglia durissima con le mitragliatrici e i bunker tedeschi sulla costa, e hanno preventivato un elevato numero di vittime. Invece, quella mattina, ad attenderli, non c’è un solo soldato tedesco.

(video – Anzio)

Sembra tutto così semplice, che un agente segreto americano dopo soli due giorni è a Roma, a colloquio con i partigiani. Si chiama Peter Tompkins, e sta per fornire direttive chiarissime: preparate l’insurrezione. È evidente che gli alleati contano molto sull’aiuto attivo della popolazione civile, e forniscono armi, esplosivi, soldi. I partigiani di conseguenza sono ormai convinti che sia una questione di pochi giorni. Si nascondono in modo meno accorto, si lasciano andare a confidenze con amici e parenti, perché ‘tra qualche giorno arrivano l’americani, e l’incubo sarà finito.’

Quello che i partigiani non possono sapere è che un fraintendimento tra le truppe alleate impedisce l’accerchiamento dei tedeschi intorno alla capitale, e questo dà il tempo a Kesselring di parlare con Hitler e convincerlo che in questa maledetta guerra il fronte più importante è diventato quello italiano, e che ormai non c’è più nulla da perdere, tranne l’Italia. Kesselring si fa assegnare tutte le truppe rimaste, o quasi tutte, recuperandole da mezza Europa e le raduna tutte sulle colline intorno ad Anzio. Quei 57 chilometri che mancano agli alleati per arrivare a Roma saranno i più duri e difficili da percorrere. Ci vorranno 5 mesi di guerra senza quartiere.

Ma tutto questo a Roma non si sa. E i tedeschi, dopo un primo momento in cui sembra che stiano facendo le valigie, ricominciano con le retate e i rastrellamenti in modo ancora più violento. Si spingono in tutti i quartieri periferici, portano i prigionieri a Via Tasso, li interrogano mediante tortura, e siccome la maggior parte delle volte non ottengono risposta li portano al Forte di Bravetta per fucilarli. Ma non li fucilano di persona, bensì chiamano gli stessi italiani, militanti fascisti della PAI, la Polizia dell’Africa Italiana, per organizzare i plotoni di esecuzione. Arrivano ad entrare persino nella Basilica di San Paolo durante una funzione per portare via sessanta persone. Il Vaticano, molto debolmente, protesta.

(si sposta su un lato del palco – cambio luci)

[continua…]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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