La Vendetta è il Racconto

di Adelchi Battista “Adelchi”

(monologo teatrale – I parte)

Davanti alla scena, sulla sinistra c’è la balaustra di un binario. Al centro c’è uno schermo, il proiettore è nascosto dalla sagoma di una radio vecchissima, enorme, sulla destra un cubo, una sedia, qualcosa per sedersi. L’attore è in piedi, dietro la balaustra del binario.

Tempo fa a Roma mi è capitato di prendere un trenino, quello che dalla Stazione Termini porta verso sud, verso la periferia, Centocelle, Grotte Celoni. È interessante quel trenino, si vede tutto un campionario di umanità, di sguardi, di corpi. Ci stanno quelli del Bangladesh, o dello Sri Lanka, dei piccoletti col naso da pugile, tesi sulle punte dei piedi perché non arrivano ad aggrapparsi ai tubi di acciaio che servono a tenersi, e ci stanno certi watussi, enormi, che ne so, saranno del Senegal, del Congo, di qualche parte dell’Africa, che invece devono stare con la testa piegata, perché sennò contro quei tubi ci sbattono, e si fanno pure male, visto che i conducenti ultimamente c’hanno tutti ‘na guida nervosa… In piedi, in mezzo a tutta questa gente – italiani zero, uno su dieci fai conto – mi sono chiesto per quale motivo venissero tutti qui. Tutti a Roma. Ma che ci avrà ‘sta città di tanto attraente? Sì, le rovine, le bellezze, la luce, ma poi a guardare bene, in fondo, co’ sta crisi, non è che ci sta tutto ‘sto lavoro, tutto ‘sto movimento. Mi è venuto in mente quello che dicevamo all’università, che la bellezza di Roma sono i romani. Che sono sempre così simpatici, caciaroni, e che in fondo questa è una città aperta, accogliente, siamo tutti immigrati della città aperta. Roma Città Aperta, che è? È una specie di formula magica, resa eterna da quel film di Rossellini, che magari non c’entra niente, o magari c’entra, eccome se c’entra.

(scorrono le immagini di Roma città aperta)

Il trenino passa proprio lungo la via Casilina, davanti alla chiesetta di Sant’Elena, incassata in un palazzone enorme, adiacente all’ex fabbricone della Serono. Ma Aldo Fabrizi, in quel film di Rossellini, non era il parroco di Sant’Elena? Era proprio il parroco di Sant’Elena, e a guardare bene, in quella scena famosa quando cammina con la Magnani, cammina proprio qui, sopra la Circonvallazione Casilina, lo stradone che costeggia le ferrovie tagliando in due Via del Pigneto. Roma Città Aperta. Che razza di titolo. Ma che vuol dire, Roma Città Aperta? Chi se l’è inventato ‘sto titolo, Rossellini? No, Roma-Città-Aperta è un’invenzione del Maresciallo Badoglio. Parliamo del lontano 1943. Secondo lui, e secondo gli altri generali del suo governo, ‘Città Aperta’ voleva dire ‘estranea alle operazioni belliche’. Ironia della sorte Badoglio aveva nominato il Generale Calvi di Bergolo ‘Comandante Militare della Città Aperta di Roma’, che è già una contraddizione in termini. Cosa fa un Comandante Militare in una città estranea alle operazioni belliche? Questa dichiarazione era unilaterale, ovvero fatta dalla sola Italia, nella speranza che in questo modo sia i tedeschi che gli alleati potessero risparmiarla. (pausa) Un governo di belle speranze.

(immagini di Roma bombardata)

No, la speranza, dico io, quella cosa che ti fa emozionare nella previsione di un futuro migliore, quella c’era, ce n’era a pacchi. Del resto era successo che gli americani erano arrivati in Sicilia, erano sbarcati nella notte tra il 9 e il 10 luglio del ‘43, e in pochissimo tempo avevano preso 100 chilometri di costa. Era successo che dieci giorni dopo, il 19 luglio, mille tonnellate di bombe erano cascate sulla città, un macello vero, migliaia di morti, decine di migliaia senza tetto, il quartiere di San Lorenzo raso al suolo. Qualcuno per le strade gridava: ‘So stati l’americani, li mortacci loro!’, e il tutto era aggravato dal caldo infernale che la capitale conosce in quel periodo dell’anno. Scene che Roma non aveva mai vissuto nella sua storia, o forse si. Forse una volta sola, quando Nerone le aveva dato fuoco, che a leggere Tacito avvenne all’alba del giorno quindicesimo delle Calende Auguste dell’anno 817 ab Urbe còndita, ovvero Il 19 luglio del 64 dopo Cristo. Quale giorno migliore del 19 luglio quindi, per mettere un bel titolone sul New York Times? ROMA COLPITA, ROMA BRUCIA. Ma anche sotto le bombe della Seconda Guerra Mondiale, si racconta, i romani non perdono la speranza. Qualla notte su un muro di Trastevere qualcuno scrive ‘né americani, né tedeschi. Lassatece piagne soli’. Il giorno dopo un’altra scritta sulla via Casilina, qualcuno dice sull’argine del Tevere: ‘Mejo l’americani sulla capoccia che Mussolini tra li cojoni’.

Mussolini sta a Feltre, quel giorno. Sta a pranzo con un certo Adolf Hitler, che gli racconta un sacco di panzane su un’arma segreta con la quale spazzerà via gli alleati dalla faccia del mondo e così via, nessuna preoccupazione. Mussolini invece è preoccupato, eccome. Preoccupato e zitto. Mentre quello parla e straparla, a lui arrivano i dispacci provenienti da Roma, Roma brucia, Roma bombardata, un massacro. E lui niente, zitto, basito, sembra un po’ il Presidente Bush quella mattina dell’11 settembre 2001 nella scuola dei bambini… E poi quello, il tedesco, parla sempre lui, non gli fa dire una parola. Si incazza per l’Africa, per la Sicilia, per la Russia, tutti fronti in completa disfatta, come se quello scatafascio sia solo colpa di Mussolini. E poi d’improvviso si calma, tira fuori quel suo ghigno mefistofelico e caccia fuori un’altra volta la solfa dell’arma segreta. Mussolini torna a Roma, pronto a rivendersi la storia: ‘I tedeschi c’hanno l’arma segreta, stiamo per stravincere la guerra!’ ma dall’altra parte trova solo sguardi stanchi e sorrisini di circostanza. Il bombardamento ha fatto il suo effetto, ha scardinato psicologicamente gli stessi fascisti.

Passano 5 giorni e Mussolini viene rimosso dall’incarico. Sono le 2 e 40 del mattino del 25 luglio del ‘43. Alle 11 il Re affida l’incarico a Badoglio. Alle 17 parla con Mussolini, il quale pochi minuti dopo scende le scale di Villa Savoia, viene caricato su un’ambulanza e arrestato. Alle dieci di sera si sparge la notizia.

(video del 25 luglio)

A Roma è il delirio. Il delirio vero. In mezzo alle macerie ancora fumanti di San Lorenzo, del Tiburtino, di Torre Spaccata, al centro storico, la gente in mezzo alla strada si arrampica sulle facciate dei palazzi per staccare i fasci littori, strappano i manifesti, rovesciano i busti e le capocce dell’ex sua Eccellenza, con il tricolore sventolante, viva il re, viva Badoglio, viva il parroco, viva la libertà, abbasso il duce, a morte Mussolini, basta co ‘ste camicie nere, ‘sto lutto infinito, basta co’ l’anno diciannovesimo, ventunesimo, basta co’ le parate, i sabati fascisti, anzi basta pure co’ sta guera che noi la guera non l’abbiamo mai voluta, nun ce ne frega gnente daa guera. Manco venti giorni prima stavano tutti a dire ‘SI’ ‘vincere e vinceremo’ a voce altissima a piazza Venezia, ma vabbè, questo è un altro discorso.

Il maresciallo Badoglio fa un proclama chiaro e durissimo. Dice che non cambia nulla, la guerra continua, e raffredda immediatamente gli entusiasmi. Inoltre vieta le adunate, gli assembramenti, le manifestazioni, istituisce il coprifuoco, cosa che non si vedeva da 30 anni e avvia i 45 giorni più ambigui della storia dell’Italia unificata, tenendo il piede in 4 o 5 scarpe, da una parte conserva al potere tutti gli ex fascisti, dall’altra sui giornali annuncia commissioni di inchiesta contro gli arricchiti del fascio, denuncia gli ex gerarchi, proclama di rimanere al fianco di Hitler e segretamente cerca di contattare gli alleati. I quali non hanno intenzione di farsi prendere in giro, e riprendono a bombardare. Il 13 agosto del ’43 cadono su Roma tante di quelle bombe che Badoglio è costretto a dichiararla ‘Città Aperta’. Spera così di renderla immune dai bombardamenti alleati, immune dalle razzie che i tedeschi hanno già cominciato a compiere nell’Italia del nord. Belle speranze, dicevo. Nessuno mai rispetterà questa ordinanza, né gli americani, né i tedeschi.

L’8 settembre del 1943 Badoglio si arrende, dice noi non ci siamo più, non stiamo più coi tedeschi, però non è che passiamo con gli americani, insomma ‘lassatece piagne soli’. Ci sarebbe da scrivere una storia a parte su quest’armistizio, firmato in realtà il 3 settembre in Sicilia, a Cassibile, da un generale senza credenziali, Castellano, con l’idea di sconfessarlo all’ultimo momento se i tedeschi avessero tirato davvero fuori un’arma segreta. Un accordo che pure sembra un’odissea. Tra i generali italiani e quelli americani nasce un’equivoco degno di una macchietta di Pulcinella. L’Italia pensa di dover rendere pubblica la cosa il 12 settembre, gli alleati preparano lo sbarco d’appoggio per il giorno 8. Il risultato? La notte tra il 7 e l’8 due ufficiali alleati si presentano in gran segreto a casa di Badoglio, che li accoglie praticamente in pigiama, cadendo dalle nuvole. Quelli gli dicono che il giorno dopo non solo daranno la notizia dell’armistizio, ma sbarcheranno a Salerno. Badoglio si tira indietro. Non può appoggiare l’operazione, non ha i mezzi, e non è neppure in grado di organizzare la difesa di Roma. Non ha nemmeno il controllo degli aeroporti. Quando la notizia arriva ad Eisenhower, questi risponde con una nota durissima che riassumiamo in due parole: Non accetto il vostro messaggio. Oggi DOVETE dare la notizia dell’armistizio. Noi faremo lo sbarco ma non le operazioni aeree, e voi adempite lo stesso agli obblighi presi nell’armistizio e organizzate la difesa di Roma o le conseguenze per il vostro paese saranno le peggiori. L’8 settembre del 1943, a mezzogiorno, Il Re Vittorio Emanuele riceve l’ambasciatore tedesco e gli dice ancora una volta: ‘Noi staremo con la Germania fino alla morte!’. Non ha manco finito di parlare che Radio Londra ha già trasmesso il messaggio: ‘Qui è il gen. Eisenhower. Il governo italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia cessano all’istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio delle nazioni alleate”. E non solo. Alle 19 e 42, come convenuto, o meglio come deciso dagli alleati, Badoglio va in viva voce alla radio.

(video ARMISTIZIO)

Quest’ultima frase meriterebbe ancora una volta un capitolo a parte. È ambigua, non è chiara, è volutamente criptica? Che cosa vuol dire ‘attacchi di altra provenienza?’ Imboscate dei turchi? Kamikaze giapponesi? Evidentemente no. Può voler dire, e probabilmente VUOLE dire, attacchi tedeschi. Fatto sta che per motivi che non sta a noi indagare adesso, in alcuni vertici militari, per fortuna non in tutti, l’immobilismo regna sovrano.

[continua…]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook 2010. Contrassegna il permalink.

5 risposte a La Vendetta è il Racconto

  1. Pingback: La Vendetta è il Racconto (2) | Schegge di Liberazione

  2. Pingback: La Vendetta è il Racconto (3) | Schegge di Liberazione

  3. Pingback: La Vendetta è il Racconto (4) | Schegge di Liberazione

  4. Pingback: La Vendetta è il Racconto (5) | Schegge di Liberazione

  5. Pingback: La Vendetta è il Racconto | Schegge di Liberazione

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...