Il sogno del partigiano Saetta

di  Mitia Chiarin “fu fatacarabina”

Cammino lungo un sentiero in gronda lagunare. È una di quelle giornate con le nuvole grandi e basse che si possono toccare con una mano e penso che se ne prendessi un pezzetto, saprebbe di meringa. Giornate perfette per annusare l’aria che sa di salso. Ad un certo punto mi fermo. Davanti a me, un tulipano rosso che cresce proprio in mezzo alla terra battuta. A me piacciono i tulipani, lo guardo stupita e ammirata. In barena non crescono fiori così. E allora mi viene voglia di strapparlo quel tulipano e portarmelo a casa e mentre mi piego per farlo, mi accorgo che lungo lo stelo ci passeggia un verme di terra, cicciotto e marrone. E allora mi dico, tra me e me, che sono una stronza, che io mi arrabbierei se mi strappassero via la terra che calpesto. E lascio quel tulipano alla sua terra. Mi limito ad accarezzare i polposi petali e il verme si avvicina al mio dito strisciandomi incontro.

“Hai fatto bene. I fiori lasciali alla terra”.

Quelle parole mi arrivano da dietro le spalle. Mi giro di scatto verso la voce e lo vedo. Un uomo con i baffi neri e il cappotto di lana marrone che ci sta dentro tre volte da quanto è magro. Ai piedi, gli scarponi da montagna. Ha la barba lunga e la pelle bianchissima. Gli occhi chiusi. Batte i denti, le mani stringono le spalle come se si abbracciasse da solo. Capisco che ha freddo. È strano, è primavera.

“Sta bene?”, gli chiedo.
“No _ mi risponde lo sconosciuto _ ho tanto freddo. Mica hai qualcosa per scaldarsi?”
“Se aspetta ho una felpa in macchina, corro a prenderla ma ci vogliono dieci minuti. Se ha bisogno, vado e torno…”
“No, non ho tempo. Facciamo così, me la dai la mano? Hai la faccia di chi ha le mani calde. Se ti dà fastidio, però, accetto anche un no”.

Io sono socievole ma non così tanto da passeggiare, mano nella mano, con un uomo mai visto prima. Però io e quel signore siamo finiti a camminare, fianco a fianco, guardando la barena alla nostra destra con le isole della laguna sul fondo, lasciandoci alle spalle quel tulipano rosso in mezzo al sentiero.

“Non ti fanno schifo i vermi. Cosa strana _ mi dice il mio accompagnatore dal passo lento _ allora dimmi, a te cosa fa schifo?“
“Le anguille. Sembrano serpenti, a me fanno molto più schifo dei vermi”.
“A me fa schifo il freddo, non ne posso più di avere freddo. E il sangue, ho gli occhi che vedono solo sangue”.
“Malattia?”
“Camminavo per una strada come questa, tornavo a casa. La guerra era finita. Mi sentivo anche bene, dopo mesi di acqua sporca spacciata per minestra e radici cotte; avevo anche mangiato un panino col formaggio e il salame e avevo bevuto un bicchiere di vino rosso. Non vedevo l’ora di tornare a casa e dormire. E sfiorare il braccio della mia donna. Volevo solo quello”.
“E che è successo?”.
“Una camionetta è arrivata alle mie spalle e io, quando ho sentito quel rumore, che lo conosco benissimo, mi sono messo a correre verso il fosso. Ho corso più che potevo. E poi ho sentito un botto, fortissimo. E sono diventato freddo. La granata si era disintegrata e quei pezzetti mi erano entrati dentro l’intestino. C’era sangue dappertutto. E un freddo, mai sentito prima”.

Io lo ascolto ma non so che dire a questo uomo che non molla un attimo la mia mano.

“Neanche quando andavo a pescar vermi da pesca, ore e ore, in barena, con l’acqua fino alle cosce, e scavavo con le mani sul fondo viscido, ho avuto così freddo. Quando pioveva, non si capiva se l’acqua cadeva dall’alto o se rimbalzava dal basso. Beh, è niente rispetto al freddo che mi porto dentro. Non era niente neanche il freddo delle notti di guardia. Lì il freddo mi teneva sveglio, e quando sentivo quel rumore da lontano, quello della camionetta, andavo a chiamare gli altri. E si cominciava a sparare”.
“Gli altri sono venuti a salvarti?”, gli chiedo.
“Mi hanno raccolto dal fosso, io vedevo tutto rosso e il freddo mi faceva così male che non riuscivo neanche ad urlare. Mi hanno portato in un posto. C’erano dei dottori e c’erano i compagni della brigata. E io tenevo gli occhi chiusi perché se li aprivo, vedevo solo rosso, e vedevo loro con le mani tra i capelli. E ho continuato a tenere gli occhi chiusi. E ad aver freddo”.
“Sai, lo facevo anche io da bambina, chiudevo gli occhi, convinta che poi tutto sarebbe stato diverso. Lo facevo quando avevo paura”.
“Ci sono state così tante notti che ho avuto paura di morire. Di fame o ammazzato. Non sai quante volte ho detto: adesso me ne torno a casa, io. Dai miei figli. Ma ho disertato solo una volta, quando ho lasciato l’esercito e sono andato a raggiungere i miei compagni. Non ne potevo più di tutto quello schifo che vedevo, della gente che non aveva di che vivere, che veniva calpestata dagli amici di quelli della camionetta. Sai, parlavano lingue diverse, ma si capivano benissimo. Perché erano uguali. E a noi, che eravamo diversi, ci sono toccati i pidocchi, la fame, le notti insonni, i fucili che si inceppavano e il rinculo che ti rimbombava nelle orecchie per giorni e i pianti per gli amici che abbiamo perso. Ma ce l’abbiamo fatta, sai?”.

E mi ha stretto più forte la mano e io l’ho lasciato fare, anche se sentivo il freddo passarmi dentro la pelle e venir su per il braccio.

“Sì, lo so. Voi ce l’avete fatta”
“E dimmi. Tu ce la fai? Sei libera?”
“La libertà… pensa che oggi gli han dedicato pure un partito… Io… io ci provo ad esserlo. Non dimentico niente e mi incazzo ancora”

“Brava, saresti una ottima compagna per andar a pescar vermi, te. A me quelli che dimenticano mi fanno paura. E quelli che non reagiscono, alla fine, si fan del male da soli. Ma ne ho visti tanti, che ci salutavano coi fiori in mano e poi correvano a far le spie”.
“Senti, ma come ti chiami?”.
“Arturo, ma per tutti sono il partigiano Saetta”.

Mi fermo, gli stringo forte la mano. Con l’altra vorrei sfiorargli il viso, ma ho quasi del pudore. Tiene gli occhi chiusi, potrebbe provar fastidio se lo tocco.

“Tu chi sono io, lo sai, vero? Sei venuto a cercarmi?”.
“Ho pensato che forse tu potevi togliermi ‘sto freddo di dosso. Ma non sapevo dove trovarti. Mi sa che mi hai trovato tu, quando non hai strappato quel tulipano rosso da terra. Mi hai pensato ed eccoci qua”.
“Ti secca se ti abbraccio?”.
“Non hai paura di tutto questo freddo, tu?”.
“Sì, ma chiudo gli occhi con te”.

C’è una foto nell’album di mio padre, che è così privata che non la vede nessuno. Io l’ho intravista una volta sola, mentre passava di mano in mano, ma ho fatto in tempo a stamparmela in testa. Si vede un corteo con decine di uomini con il fucile in spalla, che camminano lenti, al centro c’è un carretto e sopra una bara. Gli uomini scortano la bara. Non ci sono donne. Sopra il legno della cassa non ci sono fiori. Ci sono solo fucili in quella foto e volti di uomini, in bianco e nero. In quella bara c’è mio nonno. Morto il 26 aprile del 1945. Ucciso da un commando tedesco mentre tornava a casa.

[lestoriedimitia]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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2 risposte a Il sogno del partigiano Saetta

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