I tempi dello “scaravòlto”

di Gianfranco Imbeni “il vecchio malvissuto”

I tempi dello “scaravòlto”: così, con l’umorale allegria del dialetto, venivano chiamati i lunghi mesi della Resistenza nel Carpigiano nella sua fase guerreggiata dal Settembre 1943 all’Aprile del ’45. Il senso – tra prove atroci – era davvero quello di un rivolgimento in atto, di una rivoluzione nel corso stesso dell’azione, verso un’esperienza nuova di comunità e di cultura. Più o meno consapevole in ciascuno, veniva a maturazione un lungo processo (tenuto vivo dalle cospirazioni nel ventennio fascista) di socialismo già attivo alla fine dell’Ottocento, di antiche Camere del Lavoro (1905 Fossoli, 1906 Carpi), di leghe bracciantili, di cooperative, di circoli: i “valori depositati” – direbbe lo storico Alfonso Prandi – di una capacità popolare di operare con passione e concretezza per fini comuni.
Qui, dove il fascismo fu tra i più violenti e feroci, si ebbero gli scioperi agrari del 1941, del ’42, del ’43. Qui la Resistenza, subito all’indomani dell’8 Settembre, fu un fenomeno naturale e immediato assumendo le forme di quello che gli storici definirono un “caso limite”: una guerra partigiana di pianura, autonoma nelle tattiche e strategie come nelle proprie strutture. Non soltanto una guerriglia di azioni isolate e improvvise ma veri e propri combattimenti perfino in campo aperto, come le battaglie dei Prati di Cortile, di Gonzaga, Concordia, Fabbrico, Rovereto… Fino a uno scambio di prigionieri con un esercito nemico nel quale i partigiani coinvolsero l’arbitrato del vescovo di Carpi.
Il gruppo locale delle Brigate “Aristide” ebbe pertanto la forza di un autentico, riconosciuto esercito popolare cresciuto dalle iniziali “cellule di azione”, dai GAP, dalle SAP e dal nascere dei CLN, del Fronte della Gioventù, delle organizzazioni femminili, di quelle sindacali…
La sostanziale unità e partecipazione del popolo costituì dunque l’anima concreta della nostra Resistenza. Tanto che, nell’ultima fase, i partigiani contribuirono alla lotta finale in montagna e ne ridiscesero per venire a liberare, autonomi e vittoriosi, la nostra intera zona, da Modena a Carpi. Un esempio prezioso di riscatto, di capacità di autogoverno, di sano orgoglio nazionale. L’apoteosi d’infiniti atti di coraggio, di abnegazione, di intelligente eroismo in una terra dove sorgeva, come ha scritto Carlo Levi, “il buio disumano del campo di Fossoli, anticamera della negazione totale dell’uomo”.
Per un certo tempo si parlò della Resistenza come del nostro italico Secondo Risorgimento, ma durò poco: da noi si preferiscono gli intrighi delle lotte tra le fazioni, il cinismo verso ideali e ideologie, i “revisionismi” facili che appiattiscono i grandi avvenimenti. Mai il respiro ampio e unificante, mai un afflato epico della nostra piccola storia nazionale.
Quando in un luminoso mattino d’Aprile del ’45 i partigiani, i nostri fratelli maggiori, entrarono in Carpi, il sottoscritto (classe 1938) si trovava in un’affollata aula di prima elementare. Entrò una maestrina radiosa di gioia: “usciamo tutti, non sentite i canti? In piazza c’è festa!” Io, prima di correre fuori, chiusi il libro di lettura che stavo sillabando a voce alta, secondo il costume dell’epoca: il Pinocchio di Collodi, che da allora rimase la mia Bibbia.

[Barabba]

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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